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Greenpeace protesta all’ONU di Ginevra durante la conferenza sulla plastica
Attivisti ambientalisti inscenano una dimostrazione spettacolare presso la sede dell’ONU, chiedendo che le compagnie petrolifere siano escluse dai negoziati globali sulla plastica.

Questa mattina, al Palais des Nations, è andata in scena una protesta di forte impatto: gli attivisti di Greenpeace hanno trasformato l’ingresso della sede delle Nazioni Unite in una simbolica zona di disastro ambientale. Con un’azione audace, hanno ricoperto la strada principale di accesso con una sostanza nera e viscida, pensata per imitare una catastrofica fuoriuscita di petrolio. Il liquido, una miscela di acqua e ossido di ferro, era tecnicamente commestibile e non tossico, ma il suo impatto visivo è stato senza dubbio tossico per i lavori diplomatici in corso all’interno.
Circa 15 attivisti provenienti da 12 Paesi diversi, tra cui una nutrita delegazione svizzera, hanno coordinato l’azione non autorizzata. Mentre la polizia si affrettava a isolare il perimetro, costringendo diplomatici e personale a ripiegare su ingressi alternativi, il messaggio era impossibile da ignorare. «Attenzione, è scivoloso», ha avvertito un attivista rivolgendosi ai passanti disorientati, sottolineando la duplice natura della protesta: un pericolo fisico che rappresenta una minaccia esistenziale globale. Non si è trattato soltanto di una protesta, ma della manifestazione concreta dell’inquinamento al centro dei dibattiti di oltre 170 Paesi all’interno del complesso.
Gli attivisti denunciano l’infiltrazione del «grande petrolio»
La protesta è salita di livello, letteralmente: sette attivisti hanno raggiunto il tetto dell’edificio di sicurezza dell’ONU e vi hanno srotolato enormi striscioni, accusando proprio il settore che alimenta la crisi della plastica. Gli slogan erano taglienti e accusatori: «Il grande petrolio inquina anche al chiuso» e «Il trattato sulla plastica non è in vendita». Questa azione diretta colpisce al cuore una controversia sempre più accesa: la percezione che l’industria dei combustibili fossili si stia impadronendo dei negoziati ambientali.
Greenpeace chiede l’esclusione totale delle compagnie petrolifere da questi negoziati cruciali. Secondo l’organizzazione, la presenza dell’industria non è costruttiva, ma ostruzionistica, e mira a far deragliare ogni tentativo concreto di porre un limite alla produzione di plastica. Joëlle Hérin di Greenpeace Svizzera ha lanciato una dura critica all’attuale assetto diplomatico, affermando senza mezzi termini che alle aziende responsabili dell’inquinamento «non deve essere permesso di impedire al mondo di risolverlo». L’immagine degli attivisti che occupano le infrastrutture di sicurezza dell’ONU è una potente metafora della loro rivendicazione: la società civile si riprende lo spazio che, a suo avviso, è stato conquistato dai lobbisti.
Aumentano i lobbisti mentre i negoziati sono bloccati
La rabbia degli attivisti è alimentata da statistiche allarmanti, che mostrano come il terreno di gioco sia sempre più sbilanciato. I dati rivelano un’impennata dell’influenza delle aziende: al precedente ciclo di negoziati in Corea del Sud erano presenti quasi 230 delegati in rappresentanza degli interessi del settore petrolifero e del gas. Si tratta di un aumento significativo del 12% rispetto alle sessioni precedenti, una tendenza che, secondo i critici, è direttamente correlata allo stallo dei progressi verso il trattato.
Mentre le organizzazioni della società civile lottano strenuamente per poter partecipare a questi dibattiti, la lobby dei combustibili fossili sembra avere le porte aperte. Hérin osserva che queste lobby sono «sempre più presenti» a ogni sessione, finendo di fatto per ridurre dall’interno l’ambizione del trattato. Il numero di rappresentanti dell’industria supera di gran lunga quello di molte delegazioni nazionali, sollevando seri dubbi sull’integrità del processo. Per gli attivisti fuori dai cancelli, questi numeri dimostrano che i negoziati sono stati compromessi e rendono necessario l’intervento spettacolare a cui si è assistito oggi a Ginevra.
La paralisi diplomatica attanaglia Ginevra
All’interno del Palais des Nations, l’atmosfera è densa quanto la fanghiglia all’esterno. Fonti diplomatiche riferiscono di una frustrante paralisi: i Paesi produttori di petrolio non intendono cedere sulla questione cruciale della riduzione della produzione di plastica. Dalla ripresa dei negoziati, martedì, queste delegazioni hanno sistematicamente bloccato i progressi, mettendo in discussione persino il principio di base di vietare le sostanze pericolose. È la classica strategia del rinvio e dell’indebolimento.
La Svizzera, Paese ospitante e sostenitrice di un accordo ambizioso, si trova al centro di questo scontro geopolitico. Il contrasto è netto: all’esterno, attivisti svizzeri rischiano l’arresto per chiedere un intervento; all’interno, i diplomatici si confrontano con un gruppo di Paesi determinati a proteggere a ogni costo i propri introiti petrolchimici. Mentre i colloqui proseguono, la macchia nera sulla soglia dell’ONU ricorda tristemente che, mentre i diplomatici discutono la formulazione dei testi, il pianeta continua ad annegare nella plastica e la pazienza della società civile è ufficialmente esaurita.