Ginevra
Ginevra, la Corte sospende il divieto del burkini nelle piscine pubbliche
La Corte di giustizia di Ginevra ha sospeso provvisoriamente il divieto di burkini e di altri costumi da bagno integrali nelle piscine pubbliche, invocando possibili violazioni dei diritti fondamentali. La decisione ne consente l’uso in attesa di una sentenza definitiva nel merito, una scelta accolta con favore dagli attivisti durante l’attuale ondata di caldo.

Il quadro giuridico ginevrino è appena cambiato sotto il sole cocente dell’estate. Con un intervento di grande portata, la Camera costituzionale della Corte di giustizia di Ginevra ha sospeso un controverso divieto dei costumi da bagno integrali, riaprendo di fatto le piscine pubbliche a tutte le persone, indipendentemente da come sono vestite. La sospensione arriva in un momento cruciale, mentre un’ondata di caldo persistente investe la regione e l’accesso a strutture pubbliche in cui rinfrescarsi diventa una questione di salute pubblica, non solo di svago. La decisione del tribunale di concedere l’«effetto sospensivo» significa che, per il momento, le regole restrittive approvate a marzo sono prive di validità. Gli attivisti salutano la decisione come una grande vittoria del buon senso e dell’inclusione. Mentre la maggioranza parlamentare di destra intendeva imporre un rigido codice di abbigliamento, secondo il quale i costumi dovevano arrivare sopra il ginocchio e lasciare le braccia scoperte, la giustizia ha dato priorità all’accesso immediato a un po’ di sollievo dal caldo. Non si tratta soltanto di una vittoria legale, ma di un sostegno indispensabile per chi si trovava di fronte alla scelta impossibile tra le proprie convinzioni personali e la possibilità di sfuggire a temperature da record. La sentenza garantisce che le piscine di Ginevra restino accessibili a tutte e tutti, mentre all’orizzonte si profila una battaglia legale più ampia.
Diritti fondamentali e imposizioni politiche a confronto
Nel cuore della diplomazia internazionale è emerso con tutta evidenza un profondo conflitto tra l’intento legislativo e la tutela costituzionale. Il tribunale ha rilevato esplicitamente che la «Coordinazione per un nuoto inclusivo» ha sollevato censure fondate riguardo alla violazione di diversi diritti fondamentali. Non si tratta di un semplice intoppo procedurale, ma di una contestazione diretta della legge approvata dalla maggioranza di destra. La mozione originaria, promossa dall’Unione democratica di centro (UDC), era concepita per colpire il burkini con il pretesto di «uniformare» le regole delle piscine. Il tribunale ha tuttavia constatato che il Parlamento non aveva fornito alcuna ragione specifica e urgente per applicare immediatamente una misura così restrittiva. Escludendo chi si copre per motivi religiosi, di salute o di modestia, la legge ha creato uno svantaggio che il tribunale ha definito «difficile da rimediare». La sentenza rappresenta una significativa reazione contro una tendenza europea più ampia a regolamentare l’abbigliamento religioso negli spazi pubblici. A Ginevra, città che si vanta di essere la capitale mondiale dei diritti umani, la giustizia traccia una linea netta, indicando che la libertà personale non può essere accantonata tanto facilmente in nome dell’uniformità politica.
I comuni si ribellano alle ingerenze cantonali
Ben cinque grandi comuni sono entrati nella battaglia legale, segnalando una forte rivolta interna contro la direttiva del governo cantonale. Vernier, Meyrin, Carouge, Lancy e la Città di Ginevra hanno tutti presentato ricorso, creando un fronte di resistenza locale senza precedenti. Questi comuni sostengono che il divieto non risponde a un chiaro interesse pubblico e costituisce una palese violazione dell’autonomia comunale. In precedenza, il governo cantonale ginevrino aveva messo in guardia contro la modifica legislativa, definendola una violazione della libertà personale. La maggioranza parlamentare di destra l’ha comunque approvata. Questa tensione interna mette in luce una divisione sempre più profonda nella politica svizzera tra i centri urbani, favorevoli a un’inclusione pragmatica, e le fazioni conservatrici che promuovono l’assimilazione culturale. L’ampiezza dell’opposizione comunale, che rappresenta una parte significativa della popolazione del cantone, dà grande peso alla contestazione legale. Le autorità locali non difendono soltanto il diritto di indossare determinati costumi da bagno, ma anche il diritto di gestire i propri spazi pubblici senza interferenze ideologiche della capitale cantonale. La battaglia riguarda ormai tanto il federalismo svizzero e il potere locale quanto la libertà di espressione religiosa.
Salute e inclusione al centro
Al di là del dibattito religioso, la sospensione del divieto affronta una questione cruciale per la salute: la protezione dai raggi UV e la sicurezza della pelle. La «Coordinazione per un nuoto inclusivo», una coalizione composta da 12 organizzazioni diverse, ha sostenuto che il divieto dei costumi da bagno lunghi non tiene conto delle esigenze di chi, per motivi medici, deve indossare abiti protettivi contro i raggi UV. In un’epoca di cambiamento climatico sempre più intenso e di aumento dei casi di cancro della pelle, una legge che vieta di coprirsi la pelle in acqua appare sempre più anacronistica e pericolosa. Meriam Mastour, promotrice del ricorso, ha sottolineato che la sospensione è una vittoria per la salute pubblica durante l’attuale ondata di caldo. Questo caso costituisce un precedente importante per il modo in cui la Svizzera concilia la laicità con le realtà concrete di una società moderna e diversificata. Mentre il tribunale si prepara a esaminare il merito del caso, gli occhi della Svizzera e del mondo sono puntati su Ginevra. La sentenza definitiva stabilirà se lo spirito del «divieto del burqa», entrato nel diritto svizzero nel 2025, si estenderà anche all’acqua, oppure se la piscina resterà uno spazio neutrale per tutte e tutti. Per ora, il messaggio è chiaro: il diritto di rinfrescarsi e quello alla dignità personale hanno la meglio.