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La rivoluzione della democrazia digitale: il sistema italiano di raccolta elettronica delle firme offre spunti alla Svizzera
Mentre l’Italia rivoluziona il proprio processo democratico con la raccolta di firme digitali, la Svizzera osserva con attenzione per individuare possibili miglioramenti al proprio sistema di democrazia diretta.

L’Italia sta vivendo una svolta epocale nella partecipazione civica e il resto d’Europa fatica a tenere il passo. In una straordinaria dimostrazione di mobilitazione dal basso, in soli quattro anni sono state lanciate oltre 100 iniziative e referendum nazionali. Non si tratta di un lieve aumento, ma di una rivoluzione. Basta confrontare questo dato con il mezzo secolo precedente, durante il quale gli italiani erano riusciti a lanciare in tutto appena 88 iniziative a livello nazionale. La causa di questa crescita esplosiva è evidente: un sistema statale di raccolta delle firme digitali, sostenuto da una solida infrastruttura di identità elettronica (e-ID).
Sono ormai finiti i tempi in cui la partecipazione politica era ostacolata dalla distanza geografica o da difficoltà logistiche. Oggi, i cittadini italiani ricorrono alla tecnologia per imporre dibattiti su temi che spaziano dalla legalizzazione della cannabis a riforme federali fondamentali. Questa impennata digitale ha di fatto democratizzato la democrazia stessa, eliminando gli ostacoli che un tempo mettevano a tacere milioni di persone. La Svizzera detiene da tempo il primato della democrazia diretta, ma la rapida adozione della raccolta elettronica di firme in Italia dimostra che anche i sistemi consolidati possono essere sconvolti da un giorno all’altro dalla tecnologia giusta. Il messaggio da Roma è forte e chiaro: digitalizzarsi o rischiare la stagnazione.
Abbattere le barriere burocratiche
L’artefice di questa trasformazione è Riccardo Fraccaro, che ha abbattuto a colpi di mazza il macchinoso apparato politico italiano. Primo e unico ministro al mondo per la democrazia diretta, Fraccaro si è confrontato con un sistema concepito per fallire. «Ogni singola firma doveva essere certificata da un notaio e convalidata ufficialmente dalle autorità locali», ricorda Fraccaro, descrivendo una procedura che richiedeva disponibilità finanziarie e una pazienza ancora maggiore. Questi ostacoli non erano casuali: erano barriere costituzionali erette dopo la Seconda guerra mondiale per proteggere la fragile repubblica da prese di potere radicali.
Nell’era moderna, tuttavia, queste garanzie si erano trasformate in una paralisi. Durante il suo mandato di 15 mesi, iniziato nel 2018, Fraccaro ha smantellato queste barriere, sostituendo i timbri notarili con l’autenticazione digitale. Ne è risultato un percorso semplificato che porta dalla frustrazione dei cittadini all’azione legislativa. Separando l’esercizio dei diritti democratici dalla burocrazia, l’Italia ha dimostrato che sicurezza e accessibilità non si escludono a vicenda. Per chi osserva dalla Svizzera, il successo di Fraccaro è un chiaro promemoria: la complessità è nemica della partecipazione.
Le esitazioni digitali della Svizzera
Mentre l’Italia accelera, la Svizzera deve fare i conti con la propria crisi d’identità digitale. Nel 2021, il popolo svizzero ha respinto con decisione la prima proposta di e-ID: il 64,4% ha votato contro. Lo scetticismo era palpabile: gli elettori non erano disposti ad affidare le proprie chiavi digitali a imprese private, temendo lo sfruttamento dei dati e gli eccessi commerciali. Questa esitazione ha lasciato la democrazia modello del mondo legata a strumenti analogici nell’era digitale.
Ora, però, la situazione sta cambiando. Una proposta riveduta, che riserva rigorosamente il rilascio delle e-ID alle autorità statali, sul modello italiano rivelatosi efficace, sarà sottoposta a un voto decisivo il 28 settembre. Non si tratta solo di comodità, ma di sovranità. Gli Svizzeri all’estero chiedono da tempo la possibilità di votare per via elettronica e la pressione interna per modernizzare il sistema è in aumento. Il voto imminente è un momento cruciale: la Svizzera adotterà l’infrastruttura digitale statale necessaria per mantenere il proprio vantaggio democratico, oppure resterà legata alla carta mentre i Paesi vicini innovano?
Lo scandalo come catalizzatore
Dopo un grave scandalo legato alla falsificazione sistematica dei formulari per la raccolta delle firme, a Berna l’urgenza ha preso il posto dell’autocompiacimento. Questa violazione della fiducia ha messo in luce le vulnerabilità del tradizionale sistema cartaceo, dimostrando che le firme autografe non garantiscono più l’autenticità. In risposta, il processo politico ha finalmente iniziato a muoversi. Nel giugno 2025, entrambe le Camere del Parlamento svizzero hanno approvato mozioni per consentire la raccolta digitale delle firme, con l’obiettivo di ripristinare l’integrità della procedura.
I tempi sono stretti, ma la misura è necessaria. Con l’introduzione dell’e-ID prevista per il 2026, la Svizzera si prepara a colmare il divario. L’esperienza italiana dimostra che la raccolta digitale non è un semplice aggiornamento tecnico, ma un’«iniezione di vitamine» per la democrazia. In vista del voto di settembre e della successiva introduzione della tecnologia, la posta in gioco è molto alta. L’adozione di un sistema sicuro di raccolta elettronica sostenuto dallo Stato potrebbe prevenire future frodi e ridare slancio alla tradizione svizzera della democrazia diretta nel XXI secolo.