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Swiss Observer

Le bravate adolescenziali non giustificano il rifiuto della cittadinanza, stabilisce un tribunale svizzero

Con una sentenza importante in materia di naturalizzazione, un tribunale argoviese ha stabilito che reati minori commessi da adolescenti, come lanciare uova, non giustificano il rifiuto di un passaporto svizzero, accogliendo il ricorso di una donna eritrea.

AI10 febbraio 2026Il nostro processo editoriale
Le bravate adolescenziali non giustificano il rifiuto della cittadinanza, stabilisce un tribunale svizzero
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In un duro colpo contro gli eccessi burocratici, il Tribunale amministrativo del Canton Argovia ha annullato una controversa decisione che negava la cittadinanza svizzera a una giovane donna per una trasgressione adolescenziale di poco conto. La sentenza rappresenta un’importante vittoria del buon senso nell’iter di naturalizzazione svizzero, spesso rigido. Il tribunale ha stabilito esplicitamente che il rifiuto di concedere il passaporto alla richiedente eritrea era non solo ingiustificato, ma anche giuridicamente «arbitrario».

La commissione di naturalizzazione argoviese aveva in precedenza bloccato il percorso della donna verso la cittadinanza, adducendo come unico motivo di esclusione una condanna pronunciata durante la procedura. Il tribunale ha tuttavia ritenuto che questa posizione fosse incompatibile sia con il diritto svizzero sia con la Costituzione. Annullando la decisione dell’istanza inferiore, la giustizia ha lanciato un messaggio chiaro: le autorità di naturalizzazione non possono esercitare i propri poteri alla cieca. Devono valutare la gravità dei reati e la personalità della richiedente, invece di respingere in modo indiscriminato le domande per infrazioni minori.

I «reati»: uova, campanelli e una punizione sproporzionata

I fatti che hanno rischiato di compromettere il futuro di questa giovane donna come cittadina svizzera erano di una gravità minima. A 15 anni, aveva partecipato a una «bravata»: una classica marachella adolescenziale. Insieme a un gruppo di coetanei, aveva lanciato uova contro la facciata di una casa e suonato i campanelli di un edificio residenziale. Si tratta di atti di monelleria, non di malizia.

Il tribunale dei minorenni aveva subito riconosciuto la differenza, limitandosi a un ammonimento. La commissione di naturalizzazione ha invece trattato queste intemperanze come un difetto fatale della sua domanda. La disparità tra la clemenza del tribunale dei minorenni e la severità della commissione mette in luce una falla importante del sistema. Mentre la giustizia vedeva un’adolescente che aveva commesso un errore, l’organo amministrativo vedeva una criminale. La sentenza mostra il pericolo di lasciare che precedenti penali minorili di lieve entità compromettano l’integrazione di persone altrimenti rispettose della legge.

I diritti costituzionali prevalgono sulla burocrazia

La confutazione delle argomentazioni della commissione da parte del tribunale è stata approfondita e severa. I giudici hanno stabilito che una condanna non comporta automaticamente l’esclusione dalla naturalizzazione. Le autorità sono invece tenute per legge a esaminare il fatto specifico, le circostanze e il grado di colpa della richiedente. In questo caso, la commissione non lo ha fatto.

I giudici hanno sottolineato che si trattava di un episodio «unico», avvenuto nel contesto della pressione esercitata dal gruppo dei coetanei. Inoltre, il tribunale ha rilevato che non vi è motivo di temere che la richiedente commetta nuovi reati. Respingendo la domanda unicamente sulla base di un ammonimento per una bravata, la commissione ha agito in modo arbitrario, violando direttamente i principi costituzionali. La sentenza riafferma il principio di proporzionalità nel diritto amministrativo, affinché la pena sia commisurata al reato, anche in un ambito dalle conseguenze importanti come quello della cittadinanza svizzera.

Una vittoria per l’integrazione e il buon senso

La sentenza spiana la strada alla piena integrazione della giovane donna nella società svizzera. Il tribunale ha osservato che l’episodio risaliva a più di un anno prima della decisione della commissione, rendendo il rifiuto ancora più irragionevole. Secondo i giudici, sostenere che una bravata di un anno prima vanifichi un’integrazione riuscita è inaccettabile.

Il tribunale cantonale ha ora concesso alla ricorrente la cittadinanza cantonale e comunale, subordinatamente all’approvazione federale. La sentenza non è ancora definitiva, ma costituisce un precedente importante per i casi futuri in Argovia e altrove. Ricorda che, sebbene la Svizzera attribuisca grande valore alla legalità e all’ordine, non deve sacrificare l’equità sull’altare della burocrazia. Per questa giovane donna, e potenzialmente per molte altre persone, il percorso per diventare svizzere è diventato un po’ meno difficile.