Vai al contenuto
Swiss Observer

Il Tribunale ordina a Berna di riesaminare la richiesta di rimpatrio di un combattente svizzero dello Stato islamico

Il Tribunale amministrativo federale ha annullato una decisione del Dipartimento federale degli affari esteri, stabilendo che la richiesta di rimpatrio di uno svizzero, ritenuto un combattente dello Stato islamico e detenuto in Iraq, deve essere riesaminata. Il caso ha una portata significativa, poiché l’uomo rischia la pena di morte.

Il Tribunale ordina a Berna di riesaminare la richiesta di rimpatrio di un combattente svizzero dello Stato islamico
AISWI swissinfo.ch

La massima autorità amministrativa svizzera ha inflitto un duro colpo al Dipartimento federale degli affari esteri, infrangendo il muro di silenzio del Governo sul destino dei jihadisti svizzeri all’estero. Il Tribunale amministrativo federale ha annullato ufficialmente una decisione del settembre 2025 che bloccava il rimpatrio di un cittadino svizzero ritenuto un combattente dello Stato islamico. Non si tratta di un semplice intoppo procedurale, ma di una sfida fondamentale al modo in cui Berna concilia la sua avversione al terrorismo con l’obbligo costituzionale di proteggere la vita dei propri cittadini. L’uomo al centro della vicenda, un cittadino francofono che nel 2015 si è unito al califfato, si trova ora al centro di un precedente giuridico che potrebbe costringere la Svizzera a riportare in patria i suoi cittadini più controversi. Il Governo ha a lungo mantenuto una politica di non intervento nei confronti di chi si è unito volontariamente a gruppi terroristici, ma il Tribunale ha indicato che la minaccia della pena di morte prevale sulla negligenza politica.

Dalle sabbie siriane ai cappi iracheni

La geografia del terrore è cambiata e, con essa, anche l’urgenza giuridica per i diplomatici svizzeri. Da gennaio, le forze americane hanno condotto una massiccia operazione logistica, trasferendo sospetti membri dello Stato islamico dai campi in Siria gestiti dalle Forze democratiche siriane (SDF), a guida curda, al famigerato carcere centrale di Al-Karkh a Baghdad. Tra le persone coinvolte in questo trasferimento ad alto rischio figurano almeno 3 cittadini svizzeri. Il trasferimento potrebbe preludere a una condanna a morte. A differenza del limbo giuridico nel nord della Siria, le leggi antiterrorismo irachene sono rapide e spietate e spesso prevedono la pena di morte per chiunque sia ritenuto colpevole di aver sostenuto lo Stato islamico. Il Tribunale ha rilevato che queste persone saranno processate in una giurisdizione in cui l’esecuzione è un esito frequente. Questa drammatica escalation del rischio ha di fatto privato il Dipartimento federale degli affari esteri della possibilità di voltarsi dall’altra parte. Le azioni «negligenti» di un cittadino nel 2015 non giustificano più il silenzio dello Stato, mentre nel 2026 si prepara la forca.

La posta in gioco dell’assistenza consolare

La protezione consolare non è un lusso, ma un’ancora di salvezza che lo Stato non può interrompere arbitrariamente quando sono in gioco delle vite. La sentenza del Tribunale amministrativo federale chiarisce un limite fondamentale: la Svizzera può limitare l’assistenza per tutelare i propri interessi di politica estera, ma non può farlo quando l’integrità fisica di un cittadino è a rischio. Il rifiuto del Dipartimento federale degli affari esteri nel 2025 si basava sull’idea che il combattente avesse perso il diritto all’assistenza unendosi a un gruppo terroristico. Il Tribunale ha però stabilito che il diritto assoluto alla vita prevale sulla «negligenza» di essersi uniti a un conflitto. Questo pone Berna di fronte a un dilemma enorme. Se il Governo fosse costretto a facilitare il rimpatrio di un combattente per impedirne l’esecuzione, si aprirebbero le porte al rimpatrio di altri. La sentenza impone un riesame che dovrà tenere conto della dura realtà del sistema giudiziario iracheno, dove la distinzione tra «sostegno» e «combattimento attivo» è spesso offuscata dall’ombra del boia.

Sicurezza nazionale contro diritti umani

Questa sentenza apre la strada a uno scontro di vasta portata tra sicurezza nazionale e diritti umani, che risuonerà per anni nelle sale di Palazzo federale. La Svizzera deve ora fare i conti con il fatto che la strategia «lontano dagli occhi, lontano dal cuore» non è più una soluzione giuridicamente sostenibile per i propri cittadini radicalizzati. Il Dipartimento federale degli affari esteri dovrà dimostrare di poter tutelare gli interessi svizzeri senza violare le norme internazionali sui diritti umani, che vietano di inviare persone a rischio di pena di morte. Mentre il Governo riesamina il caso, la pressione dei gruppi umanitari e degli organismi internazionali a Ginevra sta raggiungendo il culmine. Le implicazioni sono chiare: la Svizzera potrebbe presto essere costretta a rimpatriare e processare sul proprio territorio i propri estremisti, anziché lasciarli alla dura giustizia di Baghdad. La decisione non riguarda un solo uomo, ma ridefinisce la natura stessa della cittadinanza svizzera in un’epoca di terrorismo globale. Gli occhi della comunità internazionale sono ora puntati su Berna.