Politica
Il dibattito sulla «Svizzera da 10 milioni»: costi, demografia e spese record per la campagna
Mentre la Svizzera si avvicina al voto sull’iniziativa «No a una Svizzera da 10 milioni», nuove analisi mettono in evidenza i possibili costi economici, mentre i demografi si chiedono se la popolazione raggiungerà mai questa soglia naturalmente. Le spese per la campagna hanno già toccato livelli record.

Finora sono già affluiti ben 15 milioni di franchi nelle casse della campagna per la votazione del 14 giugno, segnando un’esplosione senza precedenti delle spese per la politica in Svizzera. Questa cifra supera nettamente il precedente record di 10 milioni di franchi, stabilito in occasione della votazione del 2024 sull’ampliamento delle autostrade. L’iniziativa «No a una Svizzera da 10 milioni» si è trasformata in una corsa agli armamenti finanziaria ad alta posta in gioco, con l’Ufficio federale di controllo delle finanze che segnala ingenti contributi individuali. In prima linea per il «sì» figurano pezzi da novanta come Christoph Blocher e Thomas Matter, che hanno riversato centinaia di migliaia di franchi nel movimento sostenuto dall’UDC. Tuttavia, gli oppositori spendono ancora di più, grazie a una potente coalizione. Economiesuisse ha stanziato da sola ben 4,2 milioni di franchi per il «no all’iniziativa del caos», segnalando che l’élite economica svizzera considera questo limite una minaccia esistenziale per la prosperità del Paese. Questa impennata dei finanziamenti sottolinea la gravità della decisione che spetta agli elettori: non si tratta più soltanto di un dibattito politico, ma di una battaglia da milioni di franchi per l’anima dell’economia svizzera.
Allarme economico per la stabilità delle pensioni
Se il limite alla popolazione venisse introdotto, la Svizzera dovrebbe fare i conti con un deficit di diversi miliardi di franchi nel sistema delle pensioni statali. Uno studio importante della società basilese Demgrafik avverte che, se da un lato un tetto potrebbe alleviare leggermente la pressione sugli alloggi e sulle infrastrutture, dall’altro questi vantaggi sarebbero ampiamente superati dalle conseguenze catastrofiche per la sicurezza sociale. Il sistema delle pensioni statali, che oggi costa ogni anno dieci volte più dell’aiuto sociale, dipende da un afflusso costante di lavoratori per restare finanziariamente sostenibile. Limitando l’immigrazione, le entrate fiscali diminuirebbero più rapidamente della spesa, mentre i costi della sanità aumenterebbero in proporzione al reddito nazionale. Anche le prospettive del mercato del lavoro sono altrettanto fosche: si prevede un netto aggravarsi della carenza di personale qualificato, in particolare nel settore sanitario. Il Consiglio federale si è mosso con urgenza, pubblicando subito i risultati per far capire agli elettori che uno «sviluppo demografico sostenibile» comporta un prezzo elevato, che ogni cittadino svizzero finirà per pagare sotto forma di prestazioni ridotte o imposte più alte.
Il mito dei 10 milioni: i demografi contestano la narrazione
L’idea alla base della paura di una «Svizzera da 10 milioni» potrebbe essere un fantasma demografico. Mentre l’UDC fa campagna sostenendo che sia urgente fermare il contatore a 9,5 milioni, alcuni demografi di spicco ritengono ora che la Svizzera potrebbe non raggiungere mai naturalmente la soglia dei 10 milioni. Le tendenze attuali indicano che la popolazione potrebbe addirittura stagnare o diminuire nei prossimi decenni, a prescindere dai limiti imposti per legge. Questa rivelazione sposta il dibattito da «come fermiamo la crescita?» a «c’è davvero qualcosa da fermare?». L’iniziativa propone un obbligo costituzionale di intervenire quando la popolazione raggiunge i 9,5 milioni, ma se i tassi di natalità e i flussi migratori dovessero cambiare per conto proprio, la legge potrebbe diventare una soluzione alla ricerca di un problema. Ne risulta un contrasto interessante: una campagna politica dai costi record combatte una battaglia contro una soglia statistica che, secondo la scienza, potrebbe non essere mai superata. Gli elettori devono ora soppesare il richiamo emotivo della «protezione» del paesaggio di fronte ai dati demografici, che suggeriscono come lo spettro dei «10 milioni» sia più una figura retorica politica che una realtà inevitabile.
Si inasprisce lo scontro politico in vista del voto di giugno
Con l’avvicinarsi del voto del 14 giugno, il panorama politico si è diviso in due campi inconciliabili. Da un lato, l’UDC e i suoi alleati chiedono una Svizzera «sostenibile», sostenendo che una crescita incontrollata minacci l’identità e le risorse del Paese. Hanno mobilitato 6,4 milioni di franchi per trasmettere un messaggio di tutela. Dall’altro, un’alleanza composta dal Partito socialista, dai sindacati e da gruppi di pressione economici come Economiesuisse ha raccolto oltre 9 milioni di franchi per fermare quella che definisce «l’iniziativa del caos». Secondo loro, un limite alla popolazione decapiterebbe di fatto l’economia svizzera, interrompendo l’afflusso di manodopera essenziale. Il Governo ha compiuto il passo insolito di mettere in evidenza sia i «pro» sia i «contro», anche se l’accento posto sui gravi avvertimenti economici dello studio lascia trasparire una profonda preoccupazione a Palazzo federale. Con l’ultima fase della campagna, la più aggressiva, ormai iniziata, la scelta per il popolo svizzero è chiara: accettare un futuro più limitato e potenzialmente più costoso in nome della stabilità, oppure mantenere la crescita e l’apertura del mercato che hanno caratterizzato il Paese per decenni.