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Zurigo obbliga la Società di belle arti a finanziare la ricerca sulla collezione Bührle
Il Gran Consiglio zurighese vota per obbligare la Società zurighese di belle arti e la Fondazione Bührle a finanziare una ricerca approfondita sulla provenienza delle opere della controversa collezione, in seguito al rapporto critico di uno storico.

Il Gran Consiglio zurighese ha lanciato un ultimatum senza mezzi termini all’élite culturale cittadina, chiedendo agli enti privati di farsi carico dei costi legati al chiarimento del proprio passato. In una votazione al cardiopalma, che mette in luce le profonde divisioni nella politica culturale svizzera, il Consiglio ha votato 87 a 83 per obbligare la Società zurighese di belle arti e la Fondazione Bührle a finanziare la ricerca approfondita sulla provenienza delle opere della controversa collezione Bührle. La decisione segna un netto allontanamento dal finanziamento pubblico di responsabilità private.
Non si tratta di un semplice adeguamento di bilancio, ma di una dichiarazione d’intenti. Il Consiglio ha di fatto archiviato il postulato urgente sul riesame della collezione, segnalando che è finito il tempo delle ambiguità sovvenzionate dai contribuenti. Appoggiando la posizione di minoranza richiesta dalla Commissione per la formazione e la cultura (KBIK), il legislativo esige piena trasparenza senza che il conto ricada sulla collettività. Il messaggio alla Società di belle arti è chiarissimo: se volete esporre le opere, dovete pagare per riabilitarne la reputazione.
Rapporto schiacciante svela un’eredità «compromessa»
Al centro di questo sconvolgimento vi è il pesante giudizio formulato nel 2024 dallo storico Raphael Gross. La sua indagine ha infranto il silenzio di circostanza sulla collezione, definendola «storicamente compromessa, in misura forse unica in Svizzera». Non si è trattato di una critica garbata, ma di un atto d’accusa contro decenni di verifiche insufficienti. Le conclusioni di Gross hanno reso inequivocabilmente chiaro che i precedenti tentativi della Fondazione Bührle di ricostruire la provenienza dei suoi capolavori erano del tutto inadeguati.
La presidente della KBIK Karin Fehr Thoma ha sottolineato questa lacuna, osservando che le ricerche svolte finora dalla Fondazione non soddisfano semplicemente gli attuali standard etici. La collezione, attualmente in prestito al Kunsthaus di Zurigo, è un monumento a un capitolo buio della storia che la Svizzera sta ancora cercando di affrontare pienamente. Il rapporto Gross ha fatto da catalizzatore, togliendo il velo di rispettabilità e costringendo il Consiglio a intervenire sul piano politico. I giorni in cui si accettavano mezze verità sulle opere acquistate durante l’epoca nazista sono ufficialmente contati.
Lo scontro politico divide il Consiglio
La sala non era affatto unita: è emerso un duro scontro ideologico su come la Svizzera debba gestire i propri debiti storici. La votazione, conclusasi con il risicato risultato di 87 a 83, evidenzia la tensione tra chi chiede di «fare finalmente tabula rasa» e chi ritiene che la questione sia già risolta. I sostenitori del mandato hanno affermato con forza che è nell’interesse collettivo chiarire una volta per tutte questi interrogativi con assoluta certezza, a prescindere dai costi per la Fondazione.
In netto contrasto, esponenti dei partiti di centro e di destra hanno protestato, sostenendo che i rapporti esistenti hanno già assolto il loro compito «pienamente e completamente». Hanno affermato che chiedere ulteriori ricerche autofinanziate non era necessario, poiché le informazioni disponibili fornivano già tutti i dati rilevanti. La maggioranza ha però prevalso, respingendo l’idea che sia già stato fatto abbastanza. Il voto rappresenta una vittoria per chi ritiene che l’integrità storica non possa essere compromessa, nemmeno quando ciò è politicamente scomodo.
Si sposta la responsabilità etica
Con questo voto, il Cantone di Zurigo si è di fatto messo da parte, lasciando il pesante onere della prova alla Città di Zurigo, alla Società di belle arti e alla Fondazione Bührle. La consigliera di Stato Jacqueline Fehr ha descritto questa nuova realtà, sottolineando che, sebbene il Cantone condivida la responsabilità politica ed etica, gli obblighi operativi e finanziari spettano agli enti che custodiscono le opere.
Questa svolta costringe la Società zurighese di belle arti a confrontarsi con una realtà cruciale: la sua reputazione dipende ormai direttamente dalla volontà di finanziare un’indagine trasparente. Il mandato non riguarda più soltanto la storia, ma anche la futura credibilità del Kunsthaus di Zurigo. Chiedendo alla Fondazione di chiarire, a proprie spese, la provenienza di tutti i dipinti, il Consiglio ha fatto sì che i costi per fare chiarezza sul passato ricadano su chi beneficia del prestigio della collezione. L’epoca dello scaricabarile è finita.