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L’ONU a Ginevra denuncia esecuzioni di massa di civili in Siria
Funzionari dell’ONU con sede a Ginevra documentano oltre 100 esecuzioni di civili nella Siria occidentale e chiedono un’indagine internazionale urgente, mentre le violenze settarie si intensificano.

È stato confermato che nella Siria occidentale sono stati giustiziati 111 civili, una notizia che ha provocato un’ondata di sconcerto nella comunità internazionale a Ginevra. Sebbene le Nazioni Unite abbiano documentato ufficialmente queste morti, la situazione sul terreno sembra molto più grave. Una ONG siriana sostiene che il bilancio reale delle vittime abbia già superato quota 1’000, delineando un quadro di brutalità incontrollata ben oltre le prime stime. Non si tratta soltanto di una discrepanza statistica: è una catastrofe umanitaria che si sta consumando sotto i nostri occhi.
Da Ginevra, al riparo dai pericoli, i funzionari dell’ONU lanciano l’allarme con urgenza senza precedenti. L’Alto commissario per i diritti umani Volker Türk ha chiesto indagini immediate e indipendenti, rifiutando che queste atrocità scompaiano nella nebbia della guerra. La mole di prove sta mettendo a dura prova il sistema: il portavoce dell’ONU ha rivelato che gli uffici sono stati sommersi da «centinaia di e-mail» di siriani desiderosi di condividere foto e testimonianze. Questa impennata delle segnalazioni da parte dei cittadini evidenzia un cambiamento cruciale: il mondo sta guardando e sono le stesse vittime a squarciare il velo di segretezza.
L’odio settario alimenta la brutale purga sulla costa
Le violenze che attanagliano la Siria occidentale non sono casuali: si tratta di una purga settaria pianificata contro la comunità alawita. Tra le vittime confermate figurano 90 uomini, 18 donne e tre bambini, vite spezzate in quella che sembra essere un’ondata di esecuzioni sommarie. Le testimonianze descrivono scene strazianti, con uomini uccisi a colpi d’arma da fuoco davanti alle loro famiglie, seguite da saccheggi diffusi che lasciano i sopravvissuti senza nulla e terrorizzati. È lo smantellamento sistematico di una comunità legata al precedente regime di Assad, dettato dalla vendetta anziché dalla giustizia.
Sebbene i responsabili siano ufficialmente «non identificati», si ritiene ampiamente che siano gruppi armati vicini al nuovo regime, che agiscono su ordine oppure attraverso violenze spontanee di massa. L’ONU avverte che questa esplosione di discorsi d’odio e uccisioni mirate rischia di innescare un conflitto settario più ampio in tutto il Paese. La brutalità è ravvicinata e terribilmente mirata, e costringe le famiglie a fuggire in massa dalle regioni costiere per sottrarsi al massacro. La comunità internazionale si trova ora di fronte a una dura realtà: in Siria la transizione del potere si sta scrivendo nel sangue.
Il regime promette giustizia, ma le ombre persistono
Nel disperato tentativo di ristabilire l’ordine, il nuovo presidente siriano Ahmad Al-Sharaa ha promesso di punire i responsabili di questo spargimento di sangue. Lunedì le autorità hanno annunciato la fine delle operazioni di sicurezza nella zona costiera, ma continuano a verificarsi scontri sporadici, smentendo la versione governativa secondo cui la situazione sarebbe sotto controllo. Le autorità provvisorie hanno istituito una commissione per indagare sugli scontri, una decisione accolta con favore da Volker Türk, ma lo scetticismo è diffuso. Un nuovo governo può davvero controllare le stesse forze che lo hanno aiutato a salire al potere?
«È estremamente difficile verificare l’identità dei responsabili», ha ammesso un portavoce dell’ONU, sottolineando il vuoto caotico in cui vengono commessi questi crimini. Gli assassini sembrano agire con un’autonomia terrificante, rendendo sfumati i confini tra le azioni delle milizie organizzate e la giustizia sommaria esercitata da gruppi di vigilanti. L’Alto commissariato è irremovibile: i responsabili devono essere perseguiti. Tuttavia, mentre l’ONU trasferisce da Libano a Damasco il proprio ufficio per la Siria, per avvicinarsi alla crisi, la sfida resta enorme. Il mondo chiede che sia fatta giustizia, ma il nuovo regime deve dimostrare di avere sia la volontà sia i mezzi per garantirla.
Svolte diplomatiche in mezzo alla carneficina
Nel buio delle esecuzioni, un’importante svolta diplomatica offre un barlume di stabilità. L’inviato dell’ONU per la Siria Geir Pedersen ha accolto con favore un accordo decisivo tra le autorità provvisorie e le Forze democratiche siriane (SDF), guidate dai curdi. Con una decisione che ridisegna il panorama politico, tutte le istituzioni civili e militari del nord-est passeranno sotto l’autorità del governo centrale. In modo cruciale, l’accordo riconosce i curdi come «componente indispensabile» dello Stato siriano, potenzialmente scongiurando una guerra civile separata nel nord.
Pedersen, che opera dal centro diplomatico di Ginevra, ha espresso sui social media la speranza che l’intesa possa «sostenere e alimentare un processo politico credibile e più ampio». Questa centralizzazione del potere è fondamentale. Se il governo centrale riuscirà a integrare le SDF, potrebbe acquisire la forza necessaria per tenere a freno gli elementi fuori controllo responsabili delle esecuzioni sulla costa. Per la Svizzera e la comunità internazionale, ciò sottolinea l’importanza vitale di proseguire l’impegno diplomatico. Mentre Ginevra facilita questi negoziati cruciali, il messaggio è chiaro: la vittoria militare non significa nulla senza inclusione politica e Stato di diritto.