Questioni sociali
Manifestazione in Ticino contro il femminicidio e la violenza sulle donne
Circa 200 persone si sono riunite a Bellinzona, nel Canton Ticino, per protestare contro l’aumento dei femminicidi in Svizzera. La manifestazione, organizzata da un collettivo femminista, fa seguito a due recenti uccisioni nel Cantone e mirava a sensibilizzare l’opinione pubblica sulle 129 donne uccise nel Paese dall’inizio del 2020.

A Bellinzona il silenzio non è più un’opzione. Martedì circa 200 manifestanti hanno gremito Piazza Governo, trasformando la sede del potere cantonale in un luogo di indignazione e dolore. La causa di questa mobilitazione civica è inequivocabile: due brutali uccisioni nel Canton Ticino hanno scosso profondamente la regione. Non si tratta di tragedie isolate: rappresentano il 40% di tutti i femminicidi registrati quest’anno in Svizzera.
Organizzata dal collettivo femminista Io l’8 ogni giorno, la manifestazione si è svolta in concomitanza con la seduta mensile del Gran Consiglio, costringendo le elette e gli eletti a confrontarsi con la realtà che si consuma a pochi passi da loro. Donne, uomini e parlamentari si sono schierati fianco a fianco, chiedendo la fine delle violenze che terrorizzano le donne nelle loro stesse case. Il messaggio lanciato dalle strade acciottolate di Bellinzona è chiaro: lo status quo è letale e il Ticino non è disposto ad accettarlo.
Un elenco funesto
Le statistiche sono sconcertanti e restituiscono un quadro impietoso della società svizzera. Le organizzatrici e gli organizzatori hanno letto ad alta voce un agghiacciante elenco di 129 date, luoghi ed età, ciascuno riferito a una donna uccisa in Svizzera dall’inizio del 2020. Non si tratta di un’anomalia statistica, ma di una crisi sistemica. Secondo la piattaforma nazionale Stopfemizid.ch, il bilancio continua a salire: solo nelle prime settimane di quest’anno sono già state uccise cinque donne.
La Svizzera si vanta spesso della propria sicurezza e del proprio ordine, ma questi numeri fanno crollare tale illusione. La lettura dei nomi è servita da duro richiamo alla realtà, restituendo un’identità alle vittime e sottraendole all’anonimato. Ogni numero rappresenta una vita spezzata dalla violenza di genere. La lunga lista letta a Bellinzona mette in luce il fallimento nazionale nella protezione delle donne e trasforma dati astratti in un accorato appello alla sopravvivenza.
Complicità dei media e linguaggio
Le parole contano e i media svizzeri sono chiamati a rendere conto del loro operato. Durante la manifestazione, le persone intervenute hanno criticato duramente il modo in cui viene raccontato il femminicidio, attaccando i media che edulcorano gli omicidi con espressioni vaghe. Quando il 13 febbraio è stata trovata morta una coppia sposata, alcune testate hanno liquidato l’orrore definendolo semplicemente un «episodio sanguinoso». Questo linguaggio passivo nasconde i rapporti di potere in gioco e minimizza la natura mirata della violenza.
«È dal cambiamento del linguaggio che comincia tutto», ha dichiarato una componente di Io l’8 ogni giorno. Il collettivo sostiene che rifiutarsi di usare la parola «femminicidio» equivale a non voler riconoscere il problema. Se non chiamano la violenza con il suo nome, alcuni media contribuiscono a una cultura di negazione. La richiesta è semplice, ma fondamentale: i giornalisti devono smettere di attenuare la gravità dei fatti e chiamare questi crimini per quello che sono, l’uccisione di donne in quanto donne.
Le carenze sistemiche sotto accusa
La testimonianza più straziante è arrivata dalla figlia di una donna uccisa appena 11 giorni fa. Ha descritto sua madre non come una femminista, ma come una donna che credeva semplicemente di aver fatto la scelta giusta sposandosi, per poi scoprire di aver sposato «il mostro». Dal dolore personale, il suo intervento è passato a una dura denuncia del sistema educativo e delle norme sociali.
Ha sostenuto che la Svizzera sta venendo meno alle sue ragazze, insegnando loro che il loro valore risiede unicamente nel ruolo di madri, compagne o mogli. Ha citato la copertura dei Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina, in cui le campionesse sono state ridotte a «madri vincenti» o «mogli vincenti», invece di essere celebrate come atlete a sé stanti. Questa visione riduttiva, ha affermato, alimenta il senso di possesso che è alla base del femminicidio. Le scuole devono rivedere con urgenza il modo in cui insegnano alle ragazze ad attribuire valore a sé stesse, affinché siano considerate prima di tutto come individui, indipendentemente dal loro rapporto con gli uomini.
La richiesta di interventi politici
La protesta ha raggiunto anche l’amministrazione comunale. Il Municipio di Bellinzona non può più voltarsi dall’altra parte. In risposta diretta alle uccisioni, l’alleanza di sinistra Unità di Sinistra ha presentato un’interrogazione formale, mettendo in discussione il grado di preparazione della città. Una consigliera ha chiesto senza mezzi termini: esistono protocolli specifici per gestire la violenza domestica o si procede alla cieca?
Ora il personale comunale e i servizi sociali devono dimostrare di essere formati per riconoscere i segnali d’allarme della violenza di genere. Per la governance locale in Ticino si tratta di una prova decisiva. È finito il tempo delle preoccupazioni passive: la popolazione chiede protocolli concreti, una formazione rigorosa e un approccio proattivo che anteponga la sicurezza delle donne all’inerzia burocratica.