politica
La Svizzera prende posizione sul riconoscimento della Palestina all’ONU
La delegazione svizzera è sottoposta a pressioni crescenti affinché riconosca la Palestina: una petizione con 13’750 firme è stata consegnata al governo, mentre proseguono i colloqui all’ONU sulla soluzione a due Stati.

Ben 13’750 firme sono arrivate sulle scrivanie del governo svizzero, rompendo il silenzio diplomatico a Berna. Lunedì, gli attivisti hanno consegnato a Palazzo federale un mandato chiaro e inequivocabile: il tempo dell’attesa è finito. La petizione, dal titolo esplicito «Anche la Svizzera deve riconoscere la Palestina», costringe il governo a confrontarsi con una realtà geopolitica che finora ha affrontato con cautela. Non si tratta soltanto di una pila di fogli, ma di un’azione politica mirata, diretta al cuore della politica estera svizzera.
L’ampio sostegno segna un netto cambiamento nell’opinione pubblica. Mentre i precedenti tentativi di raccogliere consensi per il riconoscimento erano falliti, questa iniziativa ha preso slancio come mai prima. Il governo si trova ora di fronte a una scelta cruciale: ignorare la voce di quasi 14’000 cittadine e cittadini oppure cambiare posizione su uno dei conflitti più instabili al mondo. Con l’avvio dell’iter parlamentare della petizione, cresce rapidamente la pressione sui membri del Consiglio federale, chiamati a giustificare le loro esitazioni.
Una voce ebraica chiede di agire
A guidare il movimento non è un attivista politico tradizionale, bensì lo scrittore zurighese Thomas Meyer, la cui origine ebraica conferisce alla richiesta una profonda autorevolezza morale. Meyer va dritto al punto con un efficace parallelo storico, difficile da ignorare. «Noi ebrei abbiamo dovuto aspettare a lungo per avere un nostro Stato e nel frattempo abbiamo versato molto sangue», ha dichiarato Meyer in un comunicato stampa. «Per gli stessi motivi, è ora che anche i palestinesi abbiano un loro Stato.»
Il coinvolgimento di Meyer mette in discussione le narrazioni semplicistiche che spesso caratterizzano il dibattito israelo-palestinese in Svizzera. Racconta che il suo primo tentativo di lanciare questa petizione, un anno fa, aveva raccolto solo qualche centinaio di firme. Da allora, però, il contesto è cambiato radicalmente. «Dopo innumerevoli morti», osserva amaramente Meyer, l’opinione pubblica svizzera si è risvegliata. Non è più una questione marginale, ma un imperativo morale sostenuto da una coalizione eterogenea, che comprende oggi anche esponenti di spicco della comunità ebraica, favorevoli all’equità e alla creazione di uno Stato palestinese.
La diplomazia al limite
Mentre Berna affronta le richieste interne, sulla scena internazionale la tensione aumenta. Alle Nazioni Unite la Svizzera cammina su una corda tesa, mentre si intensificano i colloqui sulla soluzione a due Stati. La petizione collega esplicitamente il riconoscimento della Palestina alle prospettive di pace nella regione. «Solo una soluzione a due Stati può portare la pace nella regione», afferma il testo, mettendo in discussione la strategia attuale del governo svizzero, che consiste nell’attendere un accordo negoziato prima di concedere il riconoscimento.
La tensione è palpabile. La posizione tradizionale della Svizzera, che attende un consenso internazionale condiviso, sembra sempre più superata, mentre la violenza si intensifica e altri Paesi europei riconsiderano le proprie posizioni. La petizione funge da catalizzatore e rischia di stravolgere la prudente neutralità diplomatica a cui la Svizzera tiene. Il governo si trova ora stretto tra il proprio ruolo di mediatore neutrale e la crescente richiesta di prendere una posizione chiara sul diritto all’autodeterminazione.
Alla prova la tradizione umanitaria svizzera
In ultima analisi, questo confronto tocca il cuore dell’identità svizzera: la sua tradizione umanitaria. L’iniziativa esorta esplicitamente la Confederazione a prendere sul serio questa eredità, passando dalle parole a un’azione diplomatica concreta. Secondo i critici, rifiutandosi di riconoscere la Palestina la Svizzera non rispetta i principi di giustizia e autodeterminazione che sostiene a livello internazionale.
Le implicazioni di questo mandato, sostenuto da 13’750 persone, vanno ben oltre il semplice conteggio delle firme. Impongono un esame di coscienza pubblico. La Svizzera continuerà a rifugiarsi dietro una neutralità procedurale o userà il proprio peso diplomatico per riconoscere uno Stato palestinese? Mentre il governo esamina la petizione, il mondo e migliaia di cittadine e cittadini svizzeri in attesa vogliono una risposta. Lo status quo è stato messo in discussione e non è più possibile tornare al silenzio.