Politica estera
La Svizzera sospende le espulsioni verso l’Iran, il Consiglio dei diritti umani dell’ONU chiede un’indagine
In risposta alla repressione «brutale» delle proteste in Iran, la Svizzera ha sospeso l’espulsione di cittadini iraniani, comprese le persone la cui domanda d’asilo è stata respinta. La decisione coincide con l’appello del Consiglio dei diritti umani dell’ONU, con sede a Ginevra, a svolgere un’indagine urgente sulla repressione.

La Svizzera ha tracciato una linea netta. In risposta all’escalation della violenza in Medio Oriente, la Segreteria di Stato della migrazione (SEM) ha ufficialmente sospeso l’espulsione di cittadini iraniani. La sospensione, in vigore con effetto immediato, si applica anche alle persone la cui domanda d’asilo è stata respinta e riconosce che la situazione sul terreno in Iran è passata da instabile a pericolosa. La decisione, sancita il 13 gennaio 2026, riflette la forte preoccupazione di Berna per una situazione «incerta e difficile» dopo le proteste scoppiate a fine dicembre.
Pur dando la precedenza alle esigenze umanitarie, le autorità svizzere restano vigili per quanto riguarda la sicurezza nazionale. La SEM ha precisato che questa moratoria non costituisce un lasciapassare generale: sono categoricamente escluse da questa protezione le persone richiedenti asilo che hanno commesso reati o rappresentano una minaccia per la sicurezza interna o esterna della Svizzera. Questo ponderato cambiamento di politica sottolinea un approccio svizzero alla politica estera che concilia il dovere umanitario con rigorose misure di sicurezza e rifiuta di rimandare persone vulnerabili in un regime attualmente accusato di repressione brutale.
Ginevra avvia un’indagine urgente dell’ONU
Mentre Berna adegua la propria politica alle frontiere, Ginevra è diventata l’epicentro della condanna diplomatica. Il Consiglio dei diritti umani dell’ONU ha lanciato un duro monito a Teheran, votando a larga maggioranza per avviare un’«indagine urgente» sulla repressione. La risoluzione è stata approvata con 25 voti contro 7, segnalando che la pazienza della comunità internazionale nei confronti della leadership iraniana sta venendo meno. Non si tratta di un gesto puramente simbolico: il Consiglio ha prorogato di due anni il mandato della Missione internazionale d’inchiesta sull’Iran, autorizzandola a esaminare la violenza «senza precedenti» scatenata dalle forze di sicurezza.
L’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Volker Türk non ha usato mezzi termini nel condannare la «repressione brutale», che, ha avvertito, porterà soltanto a ulteriore «instabilità e spargimento di sangue». L’urgenza è palpabile. Cinquanta ONG hanno chiesto questa sessione speciale, superando l’inerzia burocratica per affrontare una crisi sfuggita al controllo dal 8 gennaio. Con il mandato d’inchiesta, l’ONU cerca di squarciare il velo di segretezza imposto dai blocchi delle comunicazioni e di chiedere conto delle responsabilità, in un contesto in cui finora ha regnato il silenzio.
Il bilancio delle vittime cresce nella brutale repressione
Le statistiche che arrivano dall’Iran sono sconvolgenti. Dallo scoppio delle proteste contro il costo della vita, il 28 dicembre, il bilancio delle vittime è salito vertiginosamente. L’ONG norvegese Iran Human Rights ha confermato 3’428 vittime, ma teme che il bilancio reale possa superare i 20’000 morti. Questa discrepanza mette in luce il caos e gli sforzi del regime per sopprimere le informazioni. È la repressione più sanguinosa dalla rivoluzione del 1979: passanti e bambini sono rimasti coinvolti nel fuoco incrociato di un apparato statale che lotta per la propria sopravvivenza.
In una versione dei fatti diametralmente opposta, l’ambasciatore iraniano a Ginevra ha citato un «sondaggio nazionale» secondo cui i morti sarebbero 3’117, attribuendo però quasi 2’500 decessi a «operazioni terroristiche» e alle persone che hanno partecipato ai disordini. Questa guerra di cifre rivela il profondo divario tra la giustificazione del regime e la realtà nelle strade. Mentre il governo iraniano incolpa nemici stranieri come gli Stati Uniti e Israele, l’elevato numero di vittime riferito da osservatori indipendenti fa pensare a un ricorso sistematico alla forza letale contro una popolazione civile spinta al limite.
Giustizia richiesta in una crisi d’impunità
La macchina della giustizia internazionale si è finalmente messa in moto, spinta dall’urgenza di accertare le responsabilità. Amnesty International ha definito la situazione in Iran una «crisi dell’impunità», affermando che la giustizia interna è un miraggio. Raha Bahreini, ricercatrice sull’Iran per l’organizzazione, ha accolto con favore la proroga dell’indagine dell’ONU, ma ritiene che non sia sufficiente. Ora si chiede agli Stati membri dell’ONU di portare la questione davanti alla Corte penale internazionale (CPI). «È ora di andare oltre le condanne», ha dichiarato Bahreini, chiedendo percorsi concreti verso la giustizia internazionale.
La Missione d’inchiesta, istituita nel 2022, ha già concluso che le autorità iraniane hanno commesso crimini contro l’umanità, tra cui omicidi, torture e stupri. Prorogando il mandato, l’ONU riconosce che le atrocità non appartengono soltanto al passato, ma sono una realtà tuttora in corso. Per la Svizzera, che ospita a Ginevra questi dibattiti cruciali, aumenta la pressione affinché assuma un ruolo guida non solo negli aiuti umanitari, ma anche nel perseguire legalmente i responsabili dello spargimento di sangue. Il mondo osserva e l’era della repressione senza conseguenze potrebbe avvicinarsi alla fine.