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Swiss Observer

Per il 75° anniversario, la Svizzera difende a Ginevra la Convenzione ONU sui rifugiati

In occasione del 75° anniversario della Convenzione sui rifugiati del 1951 a Ginevra, funzionari svizzeri hanno invitato la comunità internazionale a sostenere e proteggere il diritto d’asilo. All’evento ha dato ulteriore impulso un «impegno» a favore dell’inclusione dei rifugiati, promosso da personalità celebri, tra cui la cantante lirica svizzero-americana Barbara Hendricks.

Per il 75° anniversario, la Svizzera difende a Ginevra la Convenzione ONU sui rifugiati
AISWI swissinfo.ch

Settantacinque anni dopo che, in seguito alla Seconda guerra mondiale, il mondo dichiarò «mai più», la Svizzera si trova al centro di una rinnovata battaglia per la dignità umana. Proprio nelle sale in cui nacque la Convenzione sui rifugiati del 1951, funzionari svizzeri e leader internazionali si confrontano con una crisi globale degli sfollamenti che non accenna a placarsi. Questo trattato storico, concepito inizialmente come soluzione temporanea per l’Europa del dopoguerra, si è trasformato in uno scudo universale per le persone perseguitate. Oggi Ginevra riafferma il proprio ruolo di coscienza del mondo. Si respira un’urgenza palpabile mentre la comunità internazionale affronta una realtà in cui la migrazione non è più un fenomeno circoscritto a singole regioni, bensì una realtà globale permanente. La Svizzera non si limita a ospitare una cerimonia: lancia un forte appello agli Stati affinché mantengano una promessa che in sette decenni ha salvato milioni di vite. La posta in gioco è più alta che mai, mentre in tutto il continente aumentano le pressioni politiche e minacciano di erodere le fondamenta del diritto d’asilo.

41 milioni di persone in una situazione precaria

Oggi 41,6 milioni di rifugiati attraversano il mondo: una cifra superiore alla popolazione di molti Paesi e che mette in luce la portata senza precedenti degli sfollamenti odierni. Non si tratta solo di una statistica, ma di una grave denuncia dell’instabilità globale. Alla fine del 2025, l’UNHCR aveva registrato questo numero record di persone riconosciute ai sensi della convenzione, in fuga da ogni genere di situazione, dai territori devastati dai conflitti armati alle persecuzioni mirate. Sebbene il trattato del 1951 fosse inizialmente destinato a scadere una volta risolta la crisi europea, il Protocollo del 1967 ne ha abolito i limiti geografici e temporali, rendendo la protezione un diritto universale. Il sistema è tuttavia sotto pressione. L’UNHCR denuncia una cronica mancanza di risorse, mentre il divario tra Nord e Sud del mondo si allarga. Milioni di persone si spostano non solo per mettersi al sicuro, ma anche nella disperata ricerca di un tenore di vita che nei loro Paesi d’origine resta fuori portata. La convenzione rimane l’unica barriera giuridica tra queste persone e il completo abbandono da parte della comunità internazionale.

Volti celebri lanciano l’«impegno» per l’inclusione

Settantacinque personalità di spicco si sono unite per lanciare «l’impegno», un’iniziativa ambiziosa volta a portare l’inclusione dei rifugiati al centro dell’attenzione nel XXI secolo. Guidata dalla celebre cantante lirica svizzero-americana Barbara Hendricks e dall’Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati Barham Saleh, lui stesso un tempo rifugiato, la coalizione riunisce nomi di primo piano, tra cui i premi Nobel Nadia Murad e Denis Mukwege, nonché le star di Hollywood Cate Blanchett e Angelina Jolie. Non è un gesto puramente simbolico, bensì una mobilitazione strategica in vista del Forum globale sui rifugiati del 2027. La coalizione chiede che i rifugiati siano integrati nel tessuto stesso della società, dal settore privato ai club sportivi locali, invece di essere relegati ai margini della storia. Hendricks e le altre personalità sostengono che la convenzione affronta i «fondamenti della nostra umanità condivisa». Facendo leva sulla loro visibilità internazionale, queste figure promuovono un dibattito che molti politici preferirebbero evitare e insistono affinché la promessa di protezione sia mantenuta anche per le generazioni future costrette a fuggire dalle proprie case.

La linea svizzera: conciliare solidarietà e controllo

La Svizzera chiede un duplice approccio: protezione senza compromessi per le persone perseguitate e, al contempo, una netta riduzione delle domande d’asilo infondate. Al Palazzo delle Nazioni, il segretario di Stato della migrazione Vincenzo Mascioli ha lanciato questo chiaro messaggio, sottolineando che, per sopravvivere, il diritto d’asilo deve essere «costantemente radicato» nella società. La posizione svizzera è chiara: la convenzione è una conquista ottenuta a fatica nel periodo successivo alla Seconda guerra mondiale e va difesa dall’erosione politica odierna. Il Governo federale segnala tuttavia anche una svolta verso una maggiore efficienza. Concentrando le risorse su chi ne ha davvero bisogno, la Svizzera intende preservare l’integrità del sistema d’asilo e gestire al contempo le pressioni interne legate alla migrazione. Mentre il segretario generale dell’ONU António Guterres rende omaggio ai milioni di vite salvate, la linea svizzera offre un modello per il futuro. La sfida, d’ora in avanti, sarà fare in modo che il trattato, ormai settantacinquenne, resti un documento vivo, capace di orientarsi tra i complessi flussi migratori del XXI secolo senza perdere la propria bussola morale.