Economia
La Svizzera dà il via libera ai negoziati commerciali con gli Stati Uniti
Il governo svizzero ha approvato ufficialmente il mandato definitivo per avviare negoziati commerciali con gli Stati Uniti, aprendo la strada a trattative formali su un accordo tariffario. La decisione arriva mentre i supermercati svizzeri dichiarano che non venderanno carne statunitense, mentre il settore della ristorazione si mostra interessato.

Le porte si stanno spalancando. Mercoledì il Consiglio federale ha approvato ufficialmente il mandato negoziale definitivo per un accordo commerciale con gli Stati Uniti, segnando una svolta importante nella politica economica svizzera. Non si tratta soltanto di una stretta di mano diplomatica, ma di una mossa calcolata per consolidare i legami economici con una superpotenza. Il mandato si basa in modo deciso sulla dichiarazione d’intenti firmata a novembre, che ha già ridotto i dazi doganali dal pesante 39% a un più competitivo 15%.
Berna ha chiarito la propria posizione: il pragmatismo economico prevale sulle esitazioni. Dopo le consultazioni con le commissioni parlamentari e i Cantoni, il governo ha apportato «piccoli chiarimenti», ma l’obiettivo centrale resta un accordo commerciale giuridicamente vincolante. La posta in gioco è considerevole. Se i negoziati dovessero estendersi a nuovi ambiti al di fuori del perimetro originario, i Cantoni e le commissioni verrebbero riconvocati al tavolo, una garanzia per evitare che questo treno commerciale lanciato ad alta velocità deragli. Il messaggio di Palazzo federale è inequivocabile: la Svizzera è aperta agli affari e le barriere stanno cadendo.
L’ultimatum di Washington: il tempo stringe
Washington non aspetta che la Svizzera faccia le cose con calma. Gli Stati Uniti hanno fissato una scadenza perentoria: un accordo tariffario giuridicamente vincolante deve essere concluso entro il 31 marzo 2026. Non è una richiesta, ma una tattica di pressione. La Casa Bianca ha segnalato esplicitamente che il mancato rispetto di questa data comporterà un riesame delle aliquote applicate alle esportazioni svizzere, una minaccia diretta all’industria elvetica.
Questa urgenza ha costretto Berna ad agire. La commissione del Consiglio nazionale ha già rimosso possibili ostacoli, respingendo le proposte che avrebbero imposto restrizioni legate alla sostenibilità ambientale per le importazioni di carne e l’omologazione dei veicoli. Ha dato priorità alla rapidità e all’accesso rispetto alla regolamentazione. Inoltre, per chiarire il quadro finanziario, la commissione ha sottolineato che gli eventuali investimenti per 200 miliardi di CHF negli Stati Uniti sarebbero esclusivamente capitali privati, non garantiti dallo Stato. I tempi sono stretti, le richieste sono chiare e gli Stati Uniti hanno manifestato la loro impazienza. Ora la Svizzera è in corsa contro il calendario fissato dalla Casa Bianca.
La divisione a tavola: supermercati contro ristoranti
Mentre i politici si stringono la mano, sui piatti svizzeri si prepara una battaglia. È emersa una netta divergenza tra i grandi gruppi della distribuzione e il settore della ristorazione. Le principali catene di supermercati svizzere, Migros, Coop, Lidl e Aldi, hanno chiuso fermamente le porte alla carne americana. «Non vediamo alcuna necessità di importare dagli Stati Uniti», ha dichiarato un portavoce di Coop, ribadendo l’impegno a favore dell’agricoltura indigena.
Il settore della ristorazione, però, racconta una storia diversa. I grossisti stanno già sfruttando le nuove regole. Dal 10 dicembre, oltre 20 tonnellate di carne bovina statunitense e 2,3 tonnellate di bisonte hanno attraversato il confine. Michel Delévaux di Carnadis sta persino valutando il pollo trattato con cloro, sostenendo, tra le polemiche, che non vi siano «residui». L’ipocrisia è evidente: i consumatori potrebbero non trovare bistecche statunitensi nei supermercati, ma potrebbero mangiarle senza saperlo nel loro bistrot preferito. La legge svizzera impone di indicare la provenienza, ma alcune scappatoie consentono di omettere questa informazione dal menu, lasciando i clienti all’oscuro mentre il settore della ristorazione accoglie le importazioni americane meno care.
La reazione dell’opinione pubblica: i cittadini dicono no
Berna si trova di fronte a un avversario temibile: la propria popolazione. L’opinione pubblica si è nettamente orientata contro l’accordo: in un recente sondaggio, ben il 63% degli intervistati svizzeri lo ha definito un «cattivo accordo» per il Paese. Lo scetticismo non è infondato. La decisione della commissione del Consiglio nazionale di eliminare le garanzie ambientali ha alimentato i timori che la Svizzera stia abbassando i propri standard per compiacere Washington.
La distanza tra l’aggressiva strategia commerciale del governo e la volontà della popolazione di proteggersi continua ad aumentare. Mentre il Consiglio federale spinge per un accordo «rapido» per soddisfare le richieste statunitensi, la popolazione svizzera resta diffidente riguardo alle conseguenze per l’agricoltura locale e gli standard di qualità. Nel tentativo di rispettare la scadenza di marzo, i negoziatori rischiano di alienarsi proprio i cittadini che rappresentano. Il governo ha ottenuto il mandato, ma conquistare la fiducia della popolazione svizzera potrebbe rivelarsi una trattativa molto più difficile.