necrologio
È morta a 78 anni Christiane Brunner, pioniera dei diritti delle donne in Svizzera
Si è spenta l’artefice dello storico sciopero delle donne del 1991 in Svizzera e importante figura politica, lasciando un’eredità duratura nel movimento per la parità di genere

È scomparsa una figura monumentale della storia svizzera. Christiane Brunner, indomita artefice del femminismo svizzero moderno e protagonista di primo piano della politica, è morta venerdì mattina all’età di 78 anni. La sua scomparsa segna la fine di un’epoca per un Paese che ha profondamente contribuito a trasformare grazie alla sua determinazione e alla sua abilità politica. La notizia, confermata dal figlio all’agenzia di stampa Keystone-ATS, ha scosso il panorama politico che un tempo aveva dominato.
Brunner non era una semplice politica: era una forza della natura, che non accettava lo status quo. Nata a Ginevra, dopo aver lasciato la vita pubblica nel 2007 ha trascorso gli ultimi anni lontana dai riflettori, ma la sua influenza non è mai venuta meno. Oggi la Svizzera piange una leader che non si è limitata a sostenere il cambiamento, lo ha preteso. La sua morte induce il Paese a fermarsi e a riflettere sugli enormi progressi compiuti in materia di parità di genere, spesso lungo la strada che lei stessa aveva aperto.
L’impulso allo sciopero delle donne del 1991
Nel 1991 Christiane Brunner fece l’impensabile: fermò la Svizzera. Ideatrice del primo sciopero nazionale delle donne, mobilitò metà della popolazione in una dimostrazione di forza che cambiò per sempre il tessuto sociale svizzero. Non fu una cortese richiesta di parità, ma una rivendicazione dirompente, che risuonò dalle fabbriche fino a Palazzo federale.
Brunner orchestrò un movimento che vide le donne di tutto il Paese deporre gli attrezzi, incrociare le braccia e scendere in strada in un mare di viola. Lo sciopero fece crollare l’illusione che le donne svizzere fossero soddisfatte di essere cittadine di serie B. Mobilitando i sindacati e i movimenti femministi, Brunner dimostrò che la parità di genere non era una questione marginale, ma un’emergenza nazionale. Quella giornata storica resta il fondamento di tutte le successive conquiste femministe in Svizzera e ha consacrato Brunner come stratega rivoluzionaria.
Lo «shock Brunner»: un terremoto politico
Il 1993 fu il momento decisivo della combattività di Brunner e della resistenza dell’establishment svizzero. Candidata ufficiale del Partito socialista alla successione di René Felber in Consiglio federale, Brunner era sul punto di entrare nella storia. Il Parlamento, dominato dagli uomini, le inflisse invece una dura sconfitta, preferendole Francis Matthey. Fu un affronto calcolato che si rivelò un boomerang.
L’indignazione pubblica fu immediata e travolgente. Migliaia di persone protestarono contro il rifiuto del Parlamento di eleggere l’icona femminista. La pressione divenne così insostenibile che Matthey fu costretto a dimettersi di fronte all’opposizione del suo stesso partito, un evento senza precedenti nella storia svizzera. Questo terremoto politico, innescato dalla bocciatura di Brunner, spianò la strada all’elezione di Ruth Dreifuss, assicurando alle donne una vittoria che altrimenti avrebbe potuto essere rimandata di decenni. Brunner perse il seggio, ma vinse la battaglia.
Protagonista sulla scena federale
Al di là degli scioperi e delle polemiche, Christiane Brunner vantava un percorso politico di straordinaria ricchezza. Si fece le ossa nell’esecutivo ginevrino dal 1981 al 1990, prima di approdare nella capitale federale. La sua carriera a Berna fu particolarmente intensa: fu eletta al Consiglio nazionale dal 1991 al 1995 e in seguito al Consiglio degli Stati, che presiedette per 12 anni, fino al 2007.
La sua leadership raggiunse i vertici del partito: dal 2000 al 2004 fu presidente del Partito socialista svizzero. In quegli anni cruciali guidò la sinistra attraverso un’Europa in trasformazione e una Svizzera in fase di modernizzazione. Quando nel 2007 si ritirò dalla politica, lasciò un’eredità legislativa difficile da eguagliare. Oggi, nel darle l’ultimo saluto, la Svizzera rende omaggio a una leader che per oltre due decenni è stata in prima linea nella democrazia, lottando senza tregua per una società più equa.