scienza
Ricercatori svizzeri, svolta nello studio della conservazione dei fossili
Scienziati dell’Università di Losanna presentano risultati rivoluzionari sulle ragioni per cui alcuni animali diventano fossili mentre altri scompaiono dalla documentazione geologica.

La storia è scritta dai vincitori e, nella documentazione geologica, a determinare la vittoria è la chimica. Ricercatori dell’Università di Losanna (Unil) hanno messo in discussione convinzioni radicate sulla fossilizzazione, dimostrando che il processo è tutt’altro che casuale. In uno studio innovativo pubblicato su Nature Communications, gli scienziati svizzeri sostengono che sia il corpo stesso dell’animale, in particolare le sue dimensioni e il contenuto proteico, a determinare se resisterà per milioni di anni o scomparirà senza lasciare traccia.
Si tratta di un cambio di paradigma per la paleontologia. Per decenni l’attenzione si è concentrata soprattutto sui fattori ambientali esterni. Il gruppo dell’Unil ha però dimostrato che la composizione biologica di un organismo è il principale fattore che ne determina la conservazione. Questa scoperta costringe la comunità scientifica a confrontarsi con una realtà scomoda: la nostra finestra sul passato non è soltanto incompleta, è anche condizionata dalla chimica. I risultati suggeriscono che la documentazione fossile non sia un archivio democratico della vita, bensì una galleria selettiva di organismi biologicamente in grado di resistere all’azione del tempo.
La chimica dell’immortalità
Per decifrare questo antico mistero, il gruppo di ricerca svizzero ha adottato un approccio audace e pratico: ha ricreato in laboratorio il processo di decomposizione. Sottoponendo diversi animali, tra cui gamberetti, lumache, stelle marine e vermi, a una decomposizione controllata, i ricercatori hanno osservato la guerra chimica che si scatena subito dopo la morte. I risultati sono inequivocabili. Gli animali grandi e ricchi di proteine diventano gli artefici della propria conservazione.
Durante la decomposizione, questi organismi più grandi generano rapidamente un ambiente povero di ossigeno, detto anossico, tutt’attorno ai loro resti. Questo cambiamento chimico è determinante. La mancanza di ossigeno frena efficacemente il processo di decomposizione e crea le condizioni ideali perché avvenga la mineralizzazione. Al contrario, i corpi più piccoli non riescono ad attivare questa barriera chimica protettiva e la natura può riciclarne completamente i resti. Questo meccanismo spiega perché in alcuni esemplari si trovino tessuti molli conservati in modo straordinario, come muscoli, intestini e persino cervelli, mentre di altri non resta che polvere.
Vincitori e perdenti nella documentazione fossile
Questi risultati delineano una chiara gerarchia nella storia della vita. I grandi artropodi, ovvero animali dotati di zampe articolate come granchi, insetti e ragni, si rivelano i netti vincitori. La loro fisiologia ricca di proteine aumenta notevolmente le probabilità di raggiungere una sorta di immortalità geologica. Sono le celebrità del mondo dei fossili, con una storia conservata nella pietra che possiamo studiare ancora oggi.
All’estremo opposto, tra i perdenti di questa lotteria chimica figurano gli organismi più piccoli e dalla struttura semplice. Per creature come i platelminti e altri vermi acquatici, le prospettive nella documentazione geologica sono fosche. Non avendo la massa e le strutture proteiche necessarie a creare un ambiente anossico protettivo, hanno una probabilità molto alta di scomparire completamente. Ne deriva una forte distorsione nella nostra comprensione della biodiversità. Ci troviamo di fronte a un libro di storia in cui metà delle pagine era già vuota prima ancora della rilegatura, a vantaggio del complesso rispetto al semplice e del grande rispetto al piccolo.
I capitoli invisibili dell’evoluzione
Questa ricerca impone una rivalutazione fondamentale di ciò che crediamo di sapere sull’evoluzione. Nora Corthésy, prima autrice dello studio, giunge a una conclusione preoccupante: «È quindi del tutto possibile che alcuni organismi non possano mai conservarsi sotto forma di fossili e che, di conseguenza, non riusciremo mai a osservarli». Questa affermazione mette in luce un punto cieco permanente della scienza. Intere linee evolutive potrebbero essere apparse e scomparse senza lasciare la minima traccia, semplicemente perché non possedevano le proteine giuste.
Per la Svizzera, Paese con una ricca tradizione di eccellenza scientifica, questo studio rafforza il ruolo di primo piano dell’Università di Losanna nella ricerca paleontologica. Capire come si formano i fossili ci permette di interpretare meglio il silenzio delle rocce. Ora sappiamo che l’assenza di prove non è prova di assenza: è semplicemente prova dell’azione della chimica. Mentre continuiamo a scavare nel passato, dobbiamo riconoscere i fantasmi invisibili degli organismi dimenticati dalla chimica.