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Swiss Observer

Il governo svizzero chiede moderazione in Venezuela, manifestanti in piazza a Berna

Dopo l’intervento degli Stati Uniti in Venezuela, il Dipartimento federale degli affari esteri ha chiesto una de-escalation e il rispetto del diritto internazionale. La dichiarazione ufficiale è arrivata mentre circa 200 manifestanti si riunivano a Berna per protestare contro le azioni statunitensi ed esprimere solidarietà.

Il governo svizzero chiede moderazione in Venezuela, manifestanti in piazza a Berna
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La Svizzera ha chiesto in modo inequivocabile moderazione. Dopo il drammatico intervento militare statunitense in Venezuela, il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) ha rotto il silenzio chiedendo un’immediata de-escalation delle ostilità. Nicolas Bideau, responsabile della comunicazione del DFAE, si è espresso senza mezzi termini sulla piattaforma social X, affermando che il rispetto del diritto internazionale non è negoziabile. Ciò implica il rigoroso rispetto del divieto dell’uso della forza e la salvaguardia dell’integrità territoriale degli Stati sovrani.

La posizione svizzera è molto vicina a quella dell’Unione europea e fa eco alle dichiarazioni dell’Alta rappresentante dell’UE Kaja Kallas. Non si tratta di una semplice cortesia diplomatica, ma di una ferma riaffermazione dell’ordine basato sulle regole che la Svizzera sostiene. Mentre l’amministrazione statunitense persegue un cambio di regime aggressivo, Berna dà la priorità al rispetto dei quadri giuridici internazionali, segnalando che nemmeno le superpotenze sono esentate dalle norme globali. L’ambasciata svizzera in Venezuela resta in stato di massima allerta e monitora attentamente una situazione volatile che minaccia di destabilizzare l’intera regione.

Rabbia nelle strade

Mentre i diplomatici preparano le dichiarazioni, le strade di Berna sono state invase dalla rabbia. Domenica quasi 200 manifestanti si sono riversati nella capitale al grido di «Giù le mani dal Venezuela». L’atmosfera era carica di urgenza: i partecipanti chiedevano la condanna immediata di quella che definivano «aggressione imperialista». Il raduno, organizzato da una coalizione di oltre una dozzina di gruppi, fra cui il Partito del lavoro di Berna, la Gioventù comunista e l’Associazione Svizzera-Cuba, ha approfittato delle norme bernesi che consentono manifestazioni spontanee con un preavviso di 48 ore.

Gli slogan erano diretti e accesi. I partecipanti gridavano «Viva la solidarietà internazionale» e sventolavano striscioni con scritte come «Trump terror» e «Fuera yanquis de América Latina» (Yankee, fuori dall’America Latina). Per questi manifestanti, l’intervento statunitense è una palese appropriazione di potere motivata dal petrolio e dal dominio geopolitico. Non è stato un raduno isolato: proteste analoghe si sono svolte a Ginevra, dove sabato si sono riunite decine di persone, a dimostrazione che le ripercussioni del conflitto a Caracas si fanno sentire profondamente nel cuore della Confederazione svizzera.

L’attacco statunitense

All’origine di questa crisi diplomatica e civile vi è una vasta offensiva statunitense coordinata. In un’operazione che ha sbalordito gli osservatori di tutto il mondo, durante la notte le forze statunitensi hanno lanciato attacchi aerei contro le infrastrutture militari venezuelane, fra cui basi, aeroporti e centri di comunicazione. L’operazione si è conclusa con la presunta cattura e il trasferimento del presidente Nicolas Maduro da parte delle forze statunitensi, un fatto confermato dal presidente Donald Trump.

Le conseguenze giuridiche si aggravano con la stessa rapidità di quelle militari. La ministra della giustizia statunitense Pam Bondi ha annunciato un ampio atto d’accusa contro Maduro e sua moglie, Cilia Flores, presso il tribunale distrettuale del distretto meridionale di New York. Le accuse sono gravi: cospirazione per narcoterrorismo, cospirazione per l’importazione di cocaina e possesso di dispositivi distruttivi. Questa aggressiva decapitazione della struttura dirigente venezuelana ha gettato il Paese nell’incertezza, provocando la rapida reazione vista a Berna e nei corridoi diplomatici di tutta Europa.

Orientarsi mantenendo la neutralità

La Svizzera deve ora affrontare la sfida cruciale di orientarsi nel conflitto polarizzante senza rinunciare alla sua neutralità tradizionale. Il DFAE ha confermato che, per il momento, non vi sono informazioni secondo cui cittadini svizzeri in Venezuela siano stati colpiti dalla violenza. La situazione resta tuttavia fluida e pericolosa. Insistendo sul «divieto dell’uso della forza», il DFAE si pone diplomaticamente in contrasto con la strategia statunitense e mette in evidenza il delicato equilibrio che Berna deve mantenere fra le relazioni con Washington e il rispetto del diritto internazionale.

Mentre si dirada il fumo dei primi attacchi, l’attenzione si sposta sulle conseguenze umanitarie e geopolitiche. L’opposizione venezuelana in Svizzera aveva già osservato che il regime di Maduro non godeva del sostegno della maggioranza, a conferma della complessità delle dinamiche interne del Venezuela. Per il governo svizzero, tuttavia, le priorità restano chiare: stabilità, legalità e sicurezza dei cittadini svizzeri all’estero. I prossimi giorni metteranno alla prova la capacità degli appelli diplomatici alla moderazione di farsi strada nella nebbia di una guerra in rapida escalation.