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Swiss Observer

Petizione in Svizzera: 350 milioni di franchi per la sicurezza delle donne

Sono state consegnate oltre 21’400 firme per chiedere un consistente aumento dei fondi destinati alla lotta contro la violenza di genere, dopo che nei primi mesi del 2025 il numero delle vittime è raddoppiato.

Petizione in Svizzera: 350 milioni di franchi per la sicurezza delle donne
AISWI swissinfo.ch

Un’impressionante somma di 350 milioni di franchi. È il prezzo che una coalizione di attiviste e attivisti attribuisce alla sicurezza delle donne, stanca di aspettare cambiamenti graduali. Lunedì, le persone in mobilitazione hanno marciato verso la Cancelleria federale a Berna, consegnando non solo una petizione, ma una richiesta inequivocabile sostenuta da oltre 21’400 firme. Non si tratta di una cortese richiesta, bensì di un ultimatum urgente al Governo federale: è ora di passare dalle parole ai fatti.

La petizione, promossa da Brava, già Terre des Femmes, e sostenuta da un’ampia alleanza di oltre 90 ONG, sindacati e partiti politici, chiede risorse adeguate alla gravità della crisi. La richiesta è chiara: il Governo deve stanziare subito fondi sufficienti per combattere la violenza di genere. Secondo le promotrici e i promotori, l’impegno finanziario attuale è del tutto insufficiente rispetto alla portata del problema. I fondi sono destinati a tre ambiti fondamentali: una protezione efficace per le vittime, il perseguimento sistematico degli autori e ampi programmi di prevenzione. Il messaggio rivolto a Berna non lascia dubbi: la sicurezza ha un costo e, al momento, la Svizzera non investe abbastanza.

Impennata delle vittime: un inizio 2025 mortale

Le statistiche sono cupe, inconfutabili e spaventose. Nei soli primi tre mesi del 2025, in Svizzera sono state uccise 11 donne. La cifra è aumentata del 100% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Mentre il Paese è orgoglioso della propria stabilità, questi numeri rivelano la realtà instabile che le donne vivono a porte chiuse. Il numero delle vittime è raddoppiato, segnalando il fallimento catastrofico delle misure di protezione attuali.

«La violenza di genere è un’emergenza per l’intera società», dichiara Brava. Non è un’esagerazione, ma una conclusione dettata dal numero delle vittime, che continua a salire. Ognuno di questi 11 decessi rappresenta un fallimento sistemico: non si è intervenuti prima che fosse troppo tardi. L’aumento della violenza ha infranto l’illusione che i protocolli esistenti funzionino. Le promotrici e i promotori sottolineano che non si tratta di episodi isolati, ma dei sintomi di una più ampia trascuratezza sociale. La forte impennata dei femminicidi all’inizio del 2025 ha impresso una nuova e disperata urgenza al dibattito politico, costringendo le e i parlamentari a confrontarsi con una tendenza mortale che, senza un intervento immediato, non accenna a rallentare.

Fallimento sistemico: la carenza di fondi

Nel 2018 la Svizzera ha ratificato la Convenzione di Istanbul, un impegno fondamentale per prevenire la violenza contro le donne. Eppure, sette anni dopo, le strutture necessarie per attuare il trattato restano gravemente fragili. Secondo le firmatarie e i firmatari della petizione, al momento la Convenzione è poco più di uno scudo di carta. La realtà sul campo è caratterizzata dalla mancanza di risorse: le case protette per le donne devono fare i conti con gravi deficit di bilancio e i servizi di consulenza sono pericolosamente sovraccarichi.

La coalizione promotrice della petizione sostiene che finora le misure politiche siano state in gran parte di facciata. Senza i 350 milioni di franchi richiesti, l’attuazione della Convenzione di Istanbul resta «inadeguata». Le vittime che cercano rifugio si trovano spesso davanti a porte chiuse per mancanza di posti, mentre i programmi di educazione preventiva sono bloccati dalla carenza di fondi. Il divario tra le promesse della Confederazione e la realtà operativa delle ONG si allarga. Le promotrici e i promotori insistono: le donne devono essere ascoltate, protette e prese sul serio, non solo in teoria, ma anche nella pratica. La mancanza di risorse non è una semplice svista amministrativa: è una lacuna che costa vite.

La risposta di Berna: troppo poco, troppo tardi?

La consigliera federale responsabile del Dipartimento federale dell’interno, Elisabeth Baume-Schneider, ha riconosciuto la crisi, affermando che nei prossimi anni il Governo federale intende agire con decisione. «Entro il 2026 si dovranno compiere progressi sostanziali», ha promesso a novembre, indicando come priorità la lotta contro le cause del fenomeno e il miglioramento della formazione. Inoltre, a novembre 2025 dovrebbe entrare in funzione un numero d’emergenza centralizzato, attivo 24 ore su 24, per le vittime.

Per le attiviste e gli attivisti che questa settimana hanno marciato su Berna, tuttavia, questi tempi sono esasperatamente lunghi. Con il numero delle vittime che raddoppia già adesso, aspettare il 2026 per compiere «progressi sostanziali» sembra un lusso che le vittime non possono permettersi. La promessa di una linea telefonica centralizzata rappresenta un passo avanti, ma si tratta di una misura reattiva prevista soltanto per la fine del prossimo anno. È palpabile la tensione tra i tempi burocratici del Governo e la realtà immediata e mortale della violenza di genere. La richiesta di 350 milioni di franchi è una sfida allo Stato: accelerare i tempi o assumersi la responsabilità delle conseguenze dei ritardi.