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Cresce la preoccupazione per la prontezza difensiva svizzera mentre il governo pianifica un’iniezione di 3,4 miliardi di franchi
Un nuovo sondaggio rivela che in Svizzera è diffuso il dubbio sulla preparazione militare del Paese e che la maggioranza sostiene una collaborazione più stretta con la NATO. In questo contesto, il Consiglio federale ha proposto un investimento di 3,4 miliardi di franchi per potenziare l’esercito, puntando sulla difesa dai droni e sulle capacità di guerra cibernetica.

Ben tre quarti della popolazione svizzera ritengono ormai che il proprio governo non sia in grado di difenderla dalle minacce moderne. Questo voto di sfiducia, emerso dall’ultimo «Barometro delle opportunità» dell’istituto di ricerca Sotomo, segna una svolta decisiva nella percezione nazionale. Sebbene i cittadini affermino di sentirsi personalmente al sicuro, la fiducia nella capacità dello Stato di affrontare una guerra convenzionale o ibrida è crollata.
Il divario è evidente e allarmante. Mentre l’instabilità geopolitica scuote l’Europa, la popolazione svizzera chiede interventi concreti, non rassicurazioni. Il sondaggio indica un chiaro mandato a favore di un massiccio potenziamento militare: la maggioranza chiede che entro il 2030 il budget dell’esercito salga al 2% del PIL. Non si tratta più soltanto di proteggere i confini, ma di dimostrare competenza in un’epoca in cui l’isolazionismo è sempre più considerato un rischio anziché una strategia.
Miliardi per rafforzare la difesa aerea e cibernetica
Per rispondere all’urgente deficit di sicurezza, il Consiglio federale ha presentato un piano d’investimento da 3,4 miliardi di franchi, pensato per portare l’esercito svizzero nel XXI secolo. Il capo del Dipartimento della difesa Martin Pfister è stato chiaro: la Svizzera è attualmente vulnerabile. La strategia del governo punta con decisione a neutralizzare gli attacchi a lunga gittata e a padroneggiare il campo di battaglia digitale.
La difesa aerea si aggiudica la fetta più consistente di questo fondo. Un miliardo di franchi sarà destinato ai modernissimi sistemi IRIS-T SLM per proteggere le infrastrutture critiche, mentre altri 800 milioni serviranno a sostituire i sistemi di difesa a corto raggio obsoleti. Ma le minacce non sono soltanto fisiche. Il piano stanzia 240 milioni di franchi specificamente per la guerra elettronica e 70 milioni per contrastare la proliferazione di droni piccoli e letali. È il riconoscimento che la prossima guerra si combatterà tanto nello spettro elettromagnetico quanto nei cieli sopra le Alpi.
Il paradosso della neutralità: avvicinamento alla NATO
Il mito della «fortezza Svizzera» si sgretola sotto il peso della realtà geopolitica. I dati del sondaggio rivelano una svolta storica: più di due terzi degli intervistati chiedono ora una collaborazione più stretta in materia di sicurezza con i Paesi europei vicini, e la maggioranza sostiene esplicitamente legami più forti con la NATO. L’interpretazione rigida della neutralità, che un tempo definiva la politica estera svizzera, è apertamente messa in discussione proprio dai cittadini che avrebbe dovuto proteggere.
Questa svolta ideologica si fonda su una forte vicinanza culturale. Oltre l’80% degli svizzeri si identifica con i valori dell’Europa occidentale e settentrionale, mentre solo il 44% avverte un’affinità analoga con gli Stati Uniti. Ciò lascia supporre il desiderio di un’architettura di sicurezza incentrata sull’Europa. Mentre la guerra della Russia in Ucraina ridisegna la mappa della sicurezza del continente, gli svizzeri segnalano che restare soli non è più motivo d’orgoglio, ma un rischio strategico che non sono più disposti ad accettare.
Il prezzo della sicurezza: un decennio di spese ingenti
L’iniezione iniziale di 3,4 miliardi di franchi è soltanto un acconto su un futuro molto più costoso. Il capo della Difesa Martin Pfister ha avvertito che garantire la sicurezza della Svizzera nel prossimo decennio richiederà ben 31 miliardi di franchi. Questa verifica della realtà finanziaria comporta scelte difficili, tra cui possibili aumenti temporanei dell’imposta sul valore aggiunto per coprire i costi.
Anche gli acquisti già in corso risentono dell’inflazione. La controversa acquisizione dei caccia F-35A richiede ora altri 394 milioni di franchi solo per restare nei limiti del budget, mentre la flotta è stata ridotta a 30 velivoli. Di fronte a costi in continua crescita, il messaggio ai contribuenti è chiaro: la neutralità non è gratuita. Per preservare la propria sovranità in un mondo instabile, la Svizzera deve essere pronta a pagare un prezzo elevato per la propria protezione.