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Swiss Observer

L’attivismo climatico svizzero mostra segni di stanchezza

Le recenti proteste per il clima attirano meno persone nonostante l’aggravarsi della crisi climatica, sollevando interrogativi sulla partecipazione del pubblico

L’attivismo climatico svizzero mostra segni di stanchezza
AISWI swissinfo.ch

Il boato del movimento climatico svizzero si è attenuato fino a diventare un mormorio. L’11 marzo 2025, appena 6’000 manifestanti si sono riuniti in quattro grandi città svizzere, Berna, Zurigo, Aarau e Lucerna, per chiedere interventi a favore del clima. Non si tratta soltanto di un calo: è un crollo rispetto alle decine di migliaia di persone che nel 2019 gremivano le piazze, all’apice del movimento. Nella capitale, Berna, la Bundesplatz era vistosamente semivuota, con appena 2’000 dimostranti. Il contrasto visivo è innegabile: l’«onda verde» che un tempo aveva travolto le elezioni parlamentari svizzere sembra essersi infranta contro un muro di stanchezza del pubblico.

Mentre gli slogan continuano a risuonare, «Gli oceani si alzano, e noi con loro!», l’intensità della protesta è diminuita. Lo slancio che aveva caratterizzato il periodo precedente alla pandemia si è spezzato, lasciando un movimento nettamente più piccolo e frammentato. Gli organizzatori devono fare i conti con una dura realtà: la mobilitazione di massa che un tempo costringeva i politici a prestare attenzione si sta esaurendo, proprio mentre la crisi che denunciano si aggrava.

La crisi accelera mentre le strade si svuotano

L’apatia nelle strade contrasta in modo allarmante con i dati che arrivano dai sensori. I segnali d’allarme lampeggiano in rosso, eppure il pubblico sembra distogliere lo sguardo. L’Organizzazione meteorologica mondiale (OMM), con sede proprio a Ginevra, riferisce che le emissioni di combustibili fossili non mostrano assolutamente alcun segno di raggiungere il picco. In una rivelazione sconvolgente, il più recente rapporto dell’OMM sullo stato del clima conferma che nel 2024 la temperatura media annua ha raggiunto 1,55 gradi Celsius sopra i livelli preindustriali, superando nettamente il record precedente, stabilito appena un anno prima.

La Svizzera è in prima linea in questa escalation. Il Paese deve fare i conti con lo scioglimento dei ghiacciai, inverni con poca neve che minacciano il turismo ed estati sempre più torride. Eppure, l’urgenza dei dati scientifici è inversamente proporzionale alla partecipazione alle proteste. Mentre il pianeta si riscalda a un ritmo senza precedenti, la partecipazione del pubblico svizzero sembra raffreddarsi. Il divario è evidente: la realtà concreta del collasso climatico peggiora di giorno in giorno, ma lo slancio sociale necessario per contrastarlo si sta arrestando.

Restano in pochi, ma fedeli

Chi resta a portare gli striscioni quando le masse restano a casa? Il movimento si è ridotto al suo nucleo più tenace. È una coalizione di persone determinate: membri dai capelli grigi di «Nonni per il clima Svizzera» sfilano accanto a studenti attivisti irriducibili. Anne-Marie, una manifestante anziana, incarna questa solidarietà intergenerazionale e afferma di manifestare perché è «molto preoccupata» e perché lo deve ai giovani. Non sono sostenitori dell’ambiente solo quando fa comodo: sono i più fedeli.

Tuttavia, anche chi è impegnato ammette che la lotta è cambiata. Pauline Gonin, una giovane lavoratrice di Berna, ha individuato il problema con precisione chirurgica: «Il clima resta uno dei temi più importanti, ma finisce in secondo piano rispetto a tutti gli altri». L’attenzione del pubblico svizzero è stata monopolizzata da una policrisi: la guerra in Ucraina, le persistenti conseguenze economiche della pandemia, l’aumento del costo della vita e l’instabilità geopolitica legata a figure come Trump. L’emergenza climatica non è scomparsa, è semplicemente stata sepolta sotto una valanga di preoccupazioni immediate e concrete.

Il paradosso delle urne

La democrazia svizzera manda segnali contrastanti, che confondono sia gli attivisti sia gli analisti. L’elettorato non è del tutto addormentato, ma è molto selettivo. In una svolta sorprendente, lo scorso novembre il 53% degli elettori ha respinto una proposta di ampliamento della rete autostradale, una chiara vittoria per la protezione dell’ambiente. Eppure, appena tre mesi dopo, nel febbraio 2025, gli elettori hanno respinto nettamente l’ambiziosa iniziativa per la «responsabilità ambientale». Il messaggio è complesso: gli svizzeri vogliono proteggere l’ambiente, ma sono restii ai cambiamenti obbligatori dei comportamenti.

Tobias Keller, analista politico presso gfs.bern, sostiene che il voto sulle autostrade dimostra che la protezione dell’ambiente è «ben presente nella mente dell’elettorato». Il rifiuto di iniziative più ampie indica tuttavia una preferenza per gli incentivi rispetto alle restrizioni. L’«onda verde» del 2019 non è scomparsa, si è dispersa in una pozzanghera sfumata e prudente. L’elettorato è disposto a fermare le colate di cemento, ma esita a trasformare completamente il proprio stile di vita economico. Mentre il movimento si frammenta, la sfida consiste nel decifrare questo paradosso prima che scada il tempo per il clima.