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Swiss Observer

I dati satellitari rivelano segnali d’allarme della frana di Blatten già nel 2016

L’Agenzia spaziale europea rivela che i movimenti del pendio erano rilevabili già anni prima della devastante frana in Vallese, evidenziando il potenziale dei sistemi di allerta precoce.

I dati satellitari rivelano segnali d’allarme della frana di Blatten già nel 2016
AISWI swissinfo.ch

Nove milioni di metri cubi di ghiaccio, fango e roccia hanno raso al suolo il villaggio di Blatten il 28 maggio, ma la montagna aveva dato segnali della catastrofe incombente per anni. L’Agenzia spaziale europea (ESA) ha rivelato una verità sconvolgente: i dati satellitari risalenti al 2016 preannunciavano la devastazione che ha spazzato via questa comunità vallesana. Il crollo fisico è stato improvviso, ma la miccia geologica era stata accesa quasi un decennio prima.

Il pendio del Petit Nesthorn non è crollato senza preavviso: i sensori in orbita ne avevano rilevato i movimenti ben prima della catastrofe. Secondo un’analisi retrospettiva del progetto «Modulate» dell’ESA, il terreno si è spostato in modo percettibile per otto anni. Andrea Manconi dell’Istituto WSL per lo studio della neve e delle valanghe (SLF) conferma che non si è trattato di anomalie improvvise, ma di un fenomeno che si è protratto nel tempo. Questa rivelazione cambia radicalmente il modo di raccontare la catastrofe di Blatten: non più un evento naturale imprevedibile, ma una tragedia che, col senno di poi, era visibile dallo spazio.

Un’accelerazione mortale

I dati delineano un quadro inquietante di deterioramento esponenziale. Per anni il Petit Nesthorn è stato una bomba a orologeria, il cui conto alla rovescia era visibile solo attraverso le onde radar. Tra il 2016 e il 2017, il pendio ha iniziato a scivolare lentamente, in modo minaccioso. Nel 2023 la montagna si spostava al ritmo di 50 centimetri all’anno: un’instabilità significativa, che stava però per triplicare d’intensità.

Nell’estate del 2024 la situazione è diventata critica. La velocità dello scivolamento è aumentata vertiginosamente, raggiungendo i 150 centimetri all’anno. Non si trattava più di uno spostamento graduale: la montagna stava cedendo. L’ESA descrive questo passaggio come una «chiara transizione» dalla deformazione lenta a un cedimento rapido e catastrofico. Questa brusca accelerazione è stata l’ultimo segnale d’allarme, a indicare che la probabilità di un crollo imminente era aumentata enormemente. Le osservazioni sul posto hanno permesso di salvare vite umane grazie a un’evacuazione tempestiva, mentre i dati satellitari dimostrano, a posteriori, che la stabilità strutturale della montagna era in forte diminuzione ben prima della caduta della prima roccia.

Oltre il velo alpino

Perché questi dati non sono stati utilizzati prima? La risposta sta nella natura all’avanguardia della tecnologia in questione. Le immagini che hanno permesso di ricostruire questa storia di distruzione provengono da satelliti in banda L, una tecnologia radar sofisticata e diversa da quella delle più comuni unità Sentinel-1. A differenza dei normali sistemi ottici o dei radar a onde più corte, le onde in banda L riescono a penetrare la vegetazione più fitta e a rilevare il terreno in un ambiente complesso e impervio come quello delle Alpi svizzere.

Questa capacità rappresenta una svolta per il monitoraggio della difficile morfologia del Vallese. Spesso i satelliti tradizionali faticano a «vedere» il terreno attraverso una fitta copertura forestale o in gole ripide e in ombra. I satelliti in banda L eliminano questi ostacoli naturali, rivelando i movimenti geologici in atto nel sottosuolo. Secondo l’ESA, questi risultati confermano l’importanza fondamentale della tecnologia in banda L per individuare rapidamente i movimenti pericolosi: dimostrano che disponiamo degli strumenti per guardare oltre il velo alpino, ma dobbiamo impiegarli in modo efficace.

Il futuro della sopravvivenza in montagna

La Svizzera si trova ora di fronte a una dura realtà: non è possibile installare sensori fisici su ogni montagna. L’ESA osserva che dotare ogni pendio alpino a rischio di sensori locali è logisticamente impossibile e finanziariamente insostenibile. La tragedia di Blatten è un duro campanello d’allarme: i metodi di monitoraggio tradizionali non bastano a fronteggiare la portata della minaccia che incombe sulle nostre valli.

La via da seguire è nel cielo. Gli abitanti di Blatten sono stati evacuati grazie alla vigilanza sul posto, ma il prossimo villaggio potrebbe non essere altrettanto fortunato senza un monitoraggio più ampio. Integrare i dati dei satelliti in banda L nei sistemi nazionali di allerta precoce non è più un lusso: è una necessità per la sopravvivenza delle Alpi. Con il cambiamento climatico che accelera l’instabilità dei ghiacciai, la Svizzera deve sfruttare queste risorse orbitali per prevedere il prossimo crollo, anziché limitarsi a reagire. La tecnologia permette di trasformare il senno di poi in capacità di previsione e potrebbe salvare non solo vite umane, ma intere comunità dalla cancellazione dalle carte geografiche.