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Swiss Observer

La chiusura della produzione solare di Meyer Burger segnala le difficoltà del settore

L’azienda solare svizzera cessa le attività in Germania sotto la pressione del mercato, con ripercussioni su 500 posti di lavoro

AI3 settembre 2025Il nostro processo editoriale
La chiusura della produzione solare di Meyer Burger segnala le difficoltà del settore
AISWI swissinfo.ch

Cinquecento posti di lavoro sono di fatto svaniti, mentre Meyer Burger rinuncia al suo progetto di produzione in Germania. Con una decisione netta e dolorosa, il colosso svizzero del solare ha cessato ufficialmente le attività nei suoi stabilimenti in Sassonia e Sassonia-Anhalt il 1° settembre, lasciando un vuoto nei centri industriali di Hohenstein-Ernstthal e Bitterfeld-Wolfen. Non si tratta di una pausa temporanea, ma di un ritiro in piena regola.

Gli amministratori dell’insolvenza, Lucas Flöther e Reinhard Klose, si trovano ora di fronte a stabilimenti silenziosi, dove un tempo i macchinari erano in funzione. Sebbene i legali affermino di essere ancora «aperti a ulteriori offerte», la realtà sul posto è ben diversa. Lo stesso Flöther ammette che «al momento non ci sono segnali» di un salvataggio, indicando un crollo quasi totale della fiducia nella sostenibilità degli stabilimenti. Per i 500 lavoratori che rischiano ora il licenziamento, la ricerca di un salvatore è arrivata a un vicolo cieco: per l’economia locale, settembre è iniziato in modo catastrofico.

La morsa del mercato cinese

L’Europa è sommersa da un’ondata di importazioni a basso costo e Meyer Burger è l’ultima vittima. Il continente è diventato la destinazione di scarico dei moduli solari cinesi, che stanno saturando il mercato e facendo crollare i prezzi. Questa forte distorsione del mercato è una conseguenza diretta delle barriere commerciali statunitensi: esclusi dal redditizio mercato americano, i produttori cinesi hanno dirottato verso l’Europa le loro enormi scorte, schiacciando la concorrenza locale con volumi imponenti.

La pressione economica è incessante. I produttori europei devono affrontare una guerra dei prezzi che non possono vincere contro concorrenti sovvenzionati dallo Stato. Flöther indica esplicitamente questa «situazione economica estremamente difficile» come la causa principale dell’insolvenza. L’incapacità dell’azienda svizzera di resistere a questa tempesta mette in luce una vulnerabilità fondamentale nella strategia europea per l’indipendenza energetica: stiamo perdendo capacità industriale a favore di un rivale geopolitico che segue regole diverse.

La scommessa americana si ritorce contro

La strategia di sopravvivenza di Meyer Burger si basava su una svolta verso gli Stati Uniti, una scommessa che si è rivelata un clamoroso fallimento. L’azienda aveva puntato il proprio futuro sui margini più elevati del mercato statunitense, nella speranza di sottrarsi alla guerra dei prezzi in Europa. Tuttavia, quella via di salvezza si è interrotta nel novembre 2024, quando il suo maggiore cliente, il colosso statunitense Desri (D.E. Shaw Renewable Investment), ha cancellato improvvisamente il contratto.

La cancellazione è stata il colpo di grazia. Era stata preceduta da un segnale preoccupante nell’agosto 2024, quando l’azienda era stata costretta a ridimensionare drasticamente i suoi piani di espansione oltreoceano. Quella che avrebbe dovuto essere una ritirata strategica dall’Europa verso il redditizio mercato americano si è trasformata in una trappola. Senza il contratto con Desri, le previsioni di ricavi dell’azienda sono crollate, trascinandola nella crisi culminata a maggio nella richiesta d’insolvenza per le sue filiali tedesche. Il «sogno americano» di Meyer Burger si è dissolto in un incubo fatto di contratti infranti e capitali perduti.

Prospettive cupe per il solare europeo

Il silenzio negli stabilimenti tedeschi di Meyer Burger è un monito più ampio per l’intero settore industriale svizzero ed europeo. Se un’azienda svizzera di punta non riesce a sopravvivere alle attuali dinamiche di mercato, il futuro della produzione solare locale è appeso a un filo. Gli amministratori dell’insolvenza sono ancora formalmente in trattativa, ma il fatto che nessun investitore si faccia avanti è una condanna senza appello della capacità del settore di attrarre investimenti.

Questa chiusura impone di fare i conti con la realtà: la transizione energetica verde dell’Europa si basa sempre più su tecnologie straniere. Con il ritiro di Meyer Burger, si allontana ulteriormente la prospettiva di un settore solare europeo autosufficiente. Per la Svizzera è un chiaro monito: la sola innovazione non basta a contrastare gli squilibri del commercio globale. Senza cambiamenti immediati e radicali nella politica industriale o nella protezione commerciale, la chiusura in Sassonia potrebbe essere il primo tassello di un effetto domino che travolgerebbe le ambizioni solari del continente.