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Swiss Observer

Crisi diplomatica: l’Italia richiama l’ambasciatore nell’ambito dell’inchiesta sull’incendio di Crans-Montana

Le tensioni tra la Svizzera e l’Italia si sono acuite: Roma ha richiamato il proprio ambasciatore dopo che un tribunale svizzero ha concesso la libertà su cauzione al comproprietario del bar coinvolto nel mortale incendio di Crans-Montana. L’Italia chiede un’inchiesta congiunta sulla tragedia.

Crisi diplomatica: l’Italia richiama l’ambasciatore nell’ambito dell’inchiesta sull’incendio di Crans-Montana
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Le relazioni diplomatiche tra Berna e Roma sono precipitate in una fase di gelo dopo una controversa decisione di un tribunale svizzero. Con una mossa che segna una grave frattura nella cooperazione transfrontaliera, l’Italia ha richiamato il proprio ambasciatore, Gian Lorenzo Cornado, interrompendo di fatto il dialogo diplomatico ad alto livello. La misura drastica è una protesta diretta contro la gestione dell’inchiesta sull’incendio di Crans-Montana, una catastrofe che il giorno di Capodanno ha causato 40 vittime.

La tensione è salita rapidamente dopo che la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni ha espresso «forte indignazione» nei confronti della magistratura svizzera. Il richiamo non è una semplice formalità: Roma ha tracciato una linea netta, dichiarando esplicitamente che l’ambasciatore Cornado non tornerà al suo posto a Berna finché non saranno soddisfatte precise richieste. Questo braccio di ferro rappresenta una delle più importanti fratture diplomatiche tra i due Paesi confinanti nella storia recente, alimentata da un dolore profondo e dalla richiesta di responsabilità che va oltre i confini nazionali.

Mentre il ministro degli affari esteri svizzero Ignazio Cassis cerca di allentare la tensione parlando di una «tragedia condivisa», le ripercussioni politiche sono innegabili. Il Governo svizzero deve ora affrontare il delicato compito di difendere l’indipendenza della magistratura e, al contempo, gestire la rabbia di un Paese vicino in lutto per la perdita dei suoi giovani.

La decisione sulla cauzione che ha suscitato indignazione

Una cauzione enorme, fissata a 200’000 franchi, è stata la scintilla che ha fatto esplodere questa crisi diplomatica. Il 23 gennaio un tribunale svizzero ha rimesso in libertà Jacques Moretti, comproprietario del bar Le Constellation, nonostante fosse accusato di reati gravi, tra cui omicidio colposo per negligenza e incendio doloso. Per le famiglie delle vittime, vedere libero l’uomo sospettato di aver gestito una trappola mortale è un insulto insopportabile.

Moretti era in detenzione dal 9 gennaio, ma Meloni ha definito la sua scarcerazione un «grave affronto» e una «nuova ferita» per le famiglie in lutto. Il Governo italiano sostiene che il rischio di fuga e di inquinamento delle prove rimanga molto elevato. La decisione mette in luce una netta divergenza di aspettative: mentre il diritto svizzero tutela la presunzione d’innocenza e consente la liberazione su cauzione, le autorità italiane ritengono che la gravità del reato, in cui sono morte 40 persone, richieda il mantenimento della detenzione.

L’indignazione è accresciuta dal fatto che Jessica Moretti, la comproprietaria, è ancora in libertà. La scarcerazione del principale sospettato ha minato la fiducia delle autorità italiane nel procedimento locale, alimentando l’idea che il sistema giudiziario svizzero non riesca a cogliere la portata dell’orrore avvenuto nelle Alpi vallesane.

Anatomia di una tragedia: negligenze allo scoperto

Le indagini sull’incendio al Le Constellation hanno portato alla luce una lunga storia di negligenza. I procuratori hanno rivelato che il rogo, che ha causato 40 morti e 116 feriti, sarebbe stato probabilmente provocato da fontane luminose fissate a bottiglie di champagne, che hanno incendiato la schiuma fonoassorbente sul soffitto basso. Ma il problema va ben oltre una sola notte di imprudenza.

In una rivelazione schiacciante, le autorità hanno confermato che dal 2019 nel locale non era stato effettuato alcun controllo annuale di sicurezza. Questa carenza sistemica ha portato a incriminare un ex responsabile della sicurezza del Comune di Crans-Montana, estendendo l’inchiesta dai proprietari del bar all’amministrazione comunale stessa. L’ex funzionario, il cui nome non è stato reso noto, sarà interrogato il 9 febbraio.

Le vittime erano in gran parte giovani, tra cui sei adolescenti italiani di appena 15 e 16 anni. Stavano festeggiando il Capodanno quando il bar nel seminterrato si è trasformato in un inferno di fuoco. La combinazione di schiuma infiammabile, fuochi pirotecnici in uno spazio ristretto e assenza di controlli normativi ha creato una miscela letale. Con l’ampliarsi dell’inchiesta, una domanda tormenta la località turistica: com’è stato possibile che un locale con carenze di sicurezza così evidenti abbia potuto restare aperto per anni senza controlli?

Ultimatum: la richiesta di una giustizia congiunta

Roma ha lanciato un ultimatum non negoziabile: le relazioni non torneranno alla normalità senza una squadra investigativa congiunta. La presidente del Consiglio Meloni chiede una «cooperazione efficace» per fare piena luce, senza ritardi, sulla verità dietro la strage di Crans-Montana. Il Governo italiano non si accontenta più di osservare da lontano: vuole che i propri procuratori partecipino alle indagini.

Le autorità svizzere hanno manifestato la volontà di collaborare: la Procura vallesana dovrebbe incontrare gli investigatori italiani a metà febbraio. La pressione, tuttavia, è enorme. L’ambasciatore svizzero a Roma Roberto Balzaretti afferma che «non c’è alcuna crisi», ma il richiamo del suo omologo sembra indicare il contrario. L’incontro in programma sarà una prova decisiva per l’indipendenza della giustizia svizzera e per le esigenze diplomatiche.

Questa tragedia ha costretto la Svizzera a fare i conti con la propria reputazione di Paese sicuro e rispettoso dello Stato di diritto. Mentre questo fine settimana migliaia di appassionati di sci affluiscono a Crans-Montana per la Coppa del mondo, il contrasto è stridente: lo sport d’élite prosegue a pochi metri da una comunità, e da due Paesi, ancora in lutto. La richiesta è chiara: la giustizia non deve solo essere fatta, deve anche apparire tale, mentre l’Italia osserva ogni mossa.