geopolitica
Le tensioni sulla Groenlandia e la minaccia di dazi statunitensi scuotono la borsa svizzera
Le tensioni geopolitiche sulla Groenlandia si sono intensificate, con gli Stati Uniti che minacciano nuovi dazi all’importazione contro diversi Paesi europei. La borsa svizzera ha reagito negativamente alla notizia, mentre le raffinerie d’oro svizzere registrano un’impennata delle importazioni dal territorio ricco di risorse minerarie.

Lunedì la borsa svizzera non ha semplicemente vacillato, ha tremato. Mentre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump insiste nel suo audace tentativo di acquistare la Groenlandia, le conseguenze economiche si sono abbattute in pieno sul suolo europeo. Gli investitori sono scossi dall’ultimatum di Trump: consentire la vendita del territorio artico oppure affrontare dazi punitivi. La minaccia è immediata e grave: dall’1 febbraio è previsto un dazio all’importazione del 10% per otto Paesi europei, che salirà al 25% entro giugno se le richieste non saranno soddisfatte.
La reazione è stata immediata. L’indice guida SMI ha perso lo 0,88%, attestandosi a 13’294,70 punti, mentre l’indice più ampio SLI ha ceduto l’1,10%. Non si tratta della consueta volatilità dei mercati, ma di una reazione viscerale a quella che John Plassard di Cité Gestion definisce la trasformazione dei dazi in un’«arma diplomatica diretta». L’incertezza ha riversato una dose tossica di paura sui mercati, mentre gli analisti avvertono che ormai sussistono chiaramente le condizioni fondamentali per un importante movimento al ribasso. La Svizzera, coinvolta nel fuoco incrociato di questa lotta di potere transatlantica, vede messa alla prova la propria reputazione di porto sicuro da una tempesta di politica estera statunitense imprevedibile.
Il settore del lusso soffre, mentre i beni rifugio volano
Mentre il mercato nel suo complesso arretra, il settore svizzero del lusso è in forte sofferenza. Richemont, colosso del settore, ha visto il proprio titolo perdere il 3,0%, vittima diretta della sua forte esposizione al mercato statunitense. Julius Bär ha registrato un risultato ancora peggiore, crollando del 3,6% e risultando il titolo più penalizzato della giornata. Il messaggio degli investitori è chiaro: in una guerra commerciale, le esportazioni di fascia alta sono le prime a cedere.
Il caos offre però opportunità al franco svizzero e ai metalli preziosi. In netto contrasto con le vendite di azioni, il franco si è rafforzato rispetto al dollaro, confermando il suo ruolo di principale rifugio al mondo per i capitali nei momenti di panico. Oro e argento raggiungono nuovi massimi, spinti da una corsa verso beni sicuri che non accenna a fermarsi. Come osserva Ipek Ozkardeskaya di Swissquote, il mercato si prepara all’impatto. Il divario è netto e doloroso: gli esportatori svizzeri si trovano esposti alla minaccia di una guerra commerciale, mentre gli operatori valutari e gli investitori in oro cavalcano l’ondata di ansia globale.
L’oro groenlandese, una nuova vena per le raffinerie svizzere
In un’ironia suprema, proprio il territorio all’origine di questa tempesta geopolitica sta alimentando un nuovo boom per l’industria svizzera. Mentre i politici discutono di sovranità, le raffinerie svizzere lavorano in silenzio i frutti di questa situazione. Le importazioni d’oro dalla Groenlandia alla Svizzera sono passate da zero a ben 18 milioni di CHF (22,5 milioni di dollari) in un solo anno. Non si tratta di un flusso marginale, ma dell’apertura di una nuova e importante rotta commerciale.
Nel 2025 sono arrivati dall’isola ghiacciata circa 200 chilogrammi di metallo grezzo, destinati alla raffineria Metalor di Neuchâtel. Christoph Wild, presidente dell’Associazione svizzera dei produttori e commercianti di metalli preziosi, spiega la situazione in modo semplice: «Dato che la Groenlandia non dispone di una propria raffineria, quest’oro arriva in Svizzera». Attualmente questo volume rappresenta solo una frazione dei 46 miliardi di CHF d’oro che la Svizzera esporta negli Stati Uniti, ma la tendenza è inequivocabile. Mentre gli Stati Uniti minacciano di annettere il territorio, la Svizzera ha già integrato le risorse groenlandesi nella propria infrastruttura di raffinazione, leader mondiale, dimostrando ancora una volta che i flussi di capitali spesso precedono i confini politici e li ignorano.
Davos cambia volto: lo show di Trump mette in ombra la tradizione
Il 56° Forum economico mondiale di Davos è stato monopolizzato da un’unica forza: Donald Trump. La località di montagna svizzera si è di fatto trasformata in una «Piccola America», con il presidente statunitense come polo d’attrazione per i 3’000 partecipanti. Trump non si limita a partecipare: domina la scena, affiancato da una delegazione di alto profilo che comprende cinque ministri e i vertici di importanti aziende. L’attenzione si è concentrata interamente sulle sue ambizioni geopolitiche, in particolare sulla questione della Groenlandia, che tiene attualmente in ostaggio i mercati europei.
Nel frattempo, la vecchia guardia è stata cancellata senza tanti complimenti. Klaus Schwab, figura di riferimento del WEF per oltre mezzo secolo, è completamente assente. Dopo essere stato estromesso dal potere la scorsa primavera in seguito ad accuse, nonostante la successiva riabilitazione, Schwab è stato totalmente ignorato. Non ci saranno omaggi, saluti né una sua presenza. L’era di Schwab è finita, sostituita dallo spettacolo volatile e ad alto rischio dell’amministrazione Trump. Il contrasto è stridente: la costruzione di un consenso pacato del passato è stata travolta dalla pura politica di potenza americana.
La diplomazia sull’orlo del precipizio: l’Europa si prepara all’impatto
Il conto alla rovescia verso l’1 febbraio è iniziato e la posta in gioco per la Svizzera e i Paesi vicini non potrebbe essere più alta. Non si tratta più soltanto di commercio, ma di un pericoloso braccio di ferro che coinvolge sovranità e territorio. Il presidente francese Emmanuel Macron guida la controffensiva e intende spingere Bruxelles ad attivare lo strumento anti-coercizione dell’UE, concepito appositamente per bloccare gli investimenti e limitare le importazioni dai Paesi aggressori.
Pur non essendo membro dell’UE, la Svizzera è inevitabilmente legata a questo confronto. Se i dazi colpissero la Germania e la Francia, le ripercussioni si farebbero sentire immediatamente nella catena di approvvigionamento svizzera. L’amministrazione statunitense ha accusato i Paesi europei di stare conducendo un «gioco molto pericoloso», ma il contraccolpo dei dazi potrebbe compromettere la fragile ripresa economica in tutto il continente. Mentre il WEF prosegue questa settimana, il mondo osserva per capire se la diplomazia riuscirà a disinnescare la minaccia o se l’alleanza transatlantica rischia di spezzarsi sotto il peso dell’oro e del valore strategico di un’isola.