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Swiss Observer

Incriminata un’ex dipendente di Credit Suisse per lo scandalo dei debiti mozambicani

I procuratori federali svizzeri hanno incriminato un’ex dipendente di Credit Suisse per riciclaggio di denaro, in un caso riguardante prestiti per oltre 2 miliardi di dollari a società statali mozambicane. Nell’atto d’accusa sono state citate carenze organizzative della banca.

Incriminata un’ex dipendente di Credit Suisse per lo scandalo dei debiti mozambicani
AISWI swissinfo.ch

Un clamoroso scandalo da 2 miliardi di dollari ha nuovamente violato la fortezza bancaria svizzera. L’Ufficio del procuratore generale della Confederazione (OAG) ha formalmente incriminato un’ex dipendente di Credit Suisse per riciclaggio di denaro, riportando alla ribalta lo scottante «scandalo dei debiti mozambicani», che da quasi un decennio perseguita il settore finanziario. L’atto d’accusa, depositato il 25 novembre 2025, rappresenta un’importante intensificazione degli sforzi per attribuire le responsabilità in uno dei più noti disastri finanziari della storia recente.

I prestiti in questione, pari a circa 1,6 miliardi di franchi, erano stati concessi nel 2013 a società statali mozambicane, ma le conseguenze legali si fanno sentire oggi con rinnovata forza. I procuratori federali non prendono di mira soltanto l’istituto: superano il velo societario per perseguire le negligenze individuali. L’OAG ha citato esplicitamente «carenze organizzative» nella banca, ora assorbita da UBS, segnalando che il fantasma dei fallimenti passati di Credit Suisse continua a incombere su Paradeplatz. Non si tratta soltanto di un esame storico, ma di un confronto concreto con un’eredità di avventurismo finanziario senza freni.

La pista del denaro: da Maputo a Zurigo

Le cifre sono schiaccianti e la cronologia è precisa. Nella primavera del 2016, una somma sospetta di 7,86 milioni di dollari è confluita su un conto Credit Suisse intestato a una società estera coinvolta nelle operazioni mozambicane. I procuratori sostengono che non si trattasse di una normale transazione, bensì di una «commissione corrente», un’espressione edulcorata per indicare fondi che sarebbero stati legati a tangenti e corruzione di funzionari pubblici mozambicani.

Il trasferimento di questi fondi è stato rapido e spudorato. Quasi subito dopo il versamento, 7 milioni di dollari sono stati sottratti e trasferiti su conti negli Emirati Arabi Uniti. Una simile rapida fuga di capitali è un classico segnale d’allarme nella contabilità forense, eppure i meccanismi di controllo della banca non sono riusciti a fermare il flusso. L’atto d’accusa descrive un canale finanziario usato per riciclare fondi ottenuti con «condotte sleali» e atti di corruzione, trasformando l’infrastruttura bancaria zurighese in una tappa dei flussi globali di capitali illeciti.

Compliance o complicità? Le carenze interne

Il fulcro dell’atto d’accusa è una scioccante accusa di carenze interne. La dipendente accusata, che lavorava nel settore della compliance, non era una semplice spettatrice: era la custode dei controlli. Benché disponesse di «numerosi indizi» sull’origine criminale dei milioni provenienti dal Mozambico, avrebbe preso una decisione disastrosa. Invece di lanciare l’allarme, avrebbe raccomandato alla direzione di Credit Suisse di «regolare il rapporto d’affari».

Questa decisione ha di fatto consentito ai fondi illeciti rimanenti di sparire. Nell’autunno del 2016, la banca ha agevolato il trasferimento all’estero del saldo restante, pari a 609’000 dollari e 28’000 franchi. Secondo l’OAG, raccomandando di chiudere il conto anziché congelarlo, la dipendente avrebbe condotto «con negligenza» le sue verifiche e consentito attivamente il riciclaggio dei fondi. Non si è trattato di una semplice svista: i procuratori sostengono che sia stata una scelta deliberata di privilegiare un’uscita silenziosa rispetto agli obblighi legali.

Una cultura del silenzio: tre anni di ritardo

Forse il dato più allarmante di questo caso non è una somma di denaro, ma una misura del tempo: tre anni. È l’intervallo tra le transazioni sospette del 2016 e il momento in cui Credit Suisse ha infine segnalato le operazioni all’Ufficio di comunicazione in materia di riciclaggio di denaro (MROS). La banca è rimasta in silenzio fino al 2019 e, anche allora, è intervenuta soltanto dopo che il Dipartimento di giustizia degli Stati Uniti aveva già reso pubblici procedimenti penali riguardanti i prestiti al Mozambico.

Questo ritardo dice molto sulla cultura del rischio che ha contribuito alla fine della banca. Suggerisce una strategia di gestione reattiva dei danni, anziché una compliance proattiva. Mentre UBS prosegue l’arduo compito di integrare e ripulire il pasticcio lasciato dal suo predecessore, questo atto d’accusa ricorda chiaramente che, nel mondo dell’alta finanza svizzera, il silenzio non è d’oro: è una responsabilità. La giustizia svizzera manda un messaggio chiaro: il termine di prescrizione per la responsabilità delle imprese non è ancora scaduto.